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Interviews: Hollywood actors before becoming stars

7 Feb

Buongiorno ragazzi! Mentre sto studiando per  il mio ultimo esame (auguratemi buona fortuna! 🙂 ) e sto lavorando ad un piccolo progetto che presto vi svelerò, ho trovato questo mix di audizioni degli attori che poi sono diventati delle vere e proprie star hollywoodiane. Vedrete il piccolo Leo DiCaprio provare la parte per Outsiders, la piccola Scarlett Johansonn per Jumanji (anche se alla fine Kirsten Dunst ebbe la parte) e tutte le altre star da bambini: Selena Gomez, Lindsay Lohan e Natalie Portman. Non mancano i sex symbol del calibro di Hugh Jackman, Brad Pitt e Robert Downey Jr. Infine immancabili Jim Carrey ne Il Grinch e tutti gli attori di Star Wars, Il Padrino e E.T. Credo che i bambini abbiano una marcia in più quando recitano; Leo DiCaprio ed Ellen Page sono i miei preferiti e non può mancare Jim Carrey, lui sì che domina sempre le scene! Quali sono i vostri preferiti?

Hi guys! While I’m studying hard for my last exam (wish me luck! 🙂 ) and I’m working at a project that I’ll show you soon, I found this amazing video about actors’ auditions for the most popular movies. You’re going to see the little Leo DiCaprio performing for Outsiders, child Scarlett Johansonn auditioned for Jumanji (but Kirsten Dunst had the role at the last) and all other children such as Selena Gomez, Lindsay Lohan and Natalie Portman. But there are also sex symbols such as Hugh Jackman, Brad Pitt and Robert Downey Jr. Last Jim Carrey performing The Grinch and the stars of Star Wars, The Godfather and E.T. Children actors are the best, but during auditions you can see which is the best to performing a role. I like Leo DiCaprio, Ellen Page; Jim Carrey always rulez! What are your favorite ones?

 

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Interviews: La Città Incantata (Spirited Away)

27 Giu Interviews: Spirited Away, La città incantata

In Italy it’s time to go for only three days to all movie theathers to see again Spirited Away by Hayao Miyazaki. His cartoons are different from Occidental ones, firstly because of the subjects from Japanese culture, such as spirits or typical Oriental settings; but also because of the quality of Miyazaki’s work, in fact he always does the entire film, from sketches to soundtracks! Finally his cartoons are just like animated films with good characters who seem to be in reality as real people, with same feelings and thoughts and during the time they change and they always discover more parts of themselves. Childhood and growth without loosing innocence and purity qualities are the main important themes in Spirited Away, the same in Le Petit Prince by Saint-Exupéry. Who still only defines Miyazaki the Kurosawa of animation” should remember the words of the great Akira: “I know that sometimes compare him to me. I feel sorry for him because of the lower level. . Here below the making of Spirited Away.

La Città Incantata di Hayao Miyazaki torna ad affascinare il pubblico italiano. I cartoni del grande maestro giapponese hanno un qualità tutta loro rispetto a quelli occidentali, innanzi tutto per l’innata eleganza della cultura Giappponese trasposta con dovizia, i cui rappresentanti più noti, spiriti, templi e oggetti tipici, dominano tutte le scenografie dei lavori del regista. Lo stesso lavoro del regista, però, rende il tutto ancora più affascinante e legato da idee e magia accomunate da un’unica mente geniale: lo stesso Miyazaki infatti cura tutte le varie fasi di produzione, dal disegno alla colonna sonora. Infine l’unicità dei suoi lavori sta nel renderli dei veri e propri film reali (i dettagli sono curatissimi e le azioni dei protagonisti sono così veritiere da farci credere che tutto quello che stiamo vedendo sia vissuto realmente dai protagonisti) trasportati nel mondo dell’animazione: i personaggi sono ben caraterizzati da una psicologia tutta loro, hanno idee e sentimenti propri e reali, sono soggetti a mutamento e scoprono lati sempre nuovi di loro stessi. La raccomandazione che il regista fa ne La Città Incantata è quello di crescere senza dimenticare i valori propri dell’infanzia, quali innocenza e purezza. C’è chi definisce Miyazaki “il Kurosawa dell’animazione”, suscitando in akira un commento:” So che alcuni lo paragonano a me. Mi dispiace per lui perchè lo abbassano di livello”. Ecco una parte di “making of” del film.

Interview: fashion in the flick

7 Apr
Interview: fashion in the flick
Milena Canonero is the most famous costume designer: she has won three Oscar in movies such as Marie Antoniette, Barry Lyndon and Chariots of fire. Here is the Cannonero’s interview about is latest film as costume designer in The Grand Budapest Hotel by Wes Anderson.
Here is the interview from “Vanity Fair”:

“Working with Wes is always different because he takes me to different places and different characters and situations, but however different they may be, he creates a world of his own that is very specific to him,” she says. “The more I work for him the more I see he is crystalizing his cinematic style to go with it. One has to immerse oneself into it, his world, which at first seems so light, but has many layers. Some people may not get his movies, but I do and I love them.” However, the work of Zweig (writer of The Grand Budapest Hotel book) wasn’t necessarily handy in realizing the costumes, says Canonero. “It was useful not really for the costumes, but for the atmosphere and the surroundings of Wes’s story that Zweig, an Austrian disillusioned writer, was an inspiration for me.” 

To capture the fictional, candy-colored Eastern European Republic of Zubrowka in between World War I and World War II, Canonero took a holistic approach. 

“We had meetings and also exchanges of ideas and references not just for the costumes themselves, but the total look of the principal characters from head to toe,” she says. Photographers like Man Ray and George Hurrell, and painters like Gustav Klimt, Kees van Dongen, Tamara de Lempicka, and George Grosz served as inspiration points. “One also is stimulated by looking not only at the real people of that time, but also at other images and literature that are unrelated to the period and the setting of the story,” she says. “The look of each actor has to have its raison d’être.” For instance, Tilda Swinton’s Madame D.’s 1930s Klimt-esque coat and Willem Dafoe’s Jopling’s Prada leather trench were distingushable pieces for their characters (Prada also happened to design the 21-piece luggage set for Madame D. and Ralph Fiennes’s Monsieur Gustave.) For Gustave that translated to the color of his uniforms. “It gave a nice twist to liveries that would have otherwise been rather predictable,” she says. “Ralph is not only a great actor, but also a director, and he is also extremely particular and detail-oriented like Wes and me. A triumvirate that needs to be satisfied.”

 

Reviews: Her

12 Mar
Tutto attorno a Her è stato unico e autentico: innanzi tutto l’originalità intrinseca al regista Spike Jonze, con la sua crescente voglia di sperimentare nuovi temi da affrontare e nuove idee da filmare (Il Ladro di Orchidee, Essere John Malkovich). Poi la lavorazione del film: tutti gli attori erano stupiti dal clima di intimità che vigeva durante le riprese (e di solito un set cinematografico è una sorta di campo di battaglia come argutamente ci mostra Woody Allen in Hollywood Ending). Infine la novità: una voce fuori campo di un SO, un sistema operativo, un’intelligenza artificiale capace di evolversi attraverso le nuove emozioni che sperimenta.

Fino ad un certo punto si tratta di fantascienza: l’idea, coltivata per dieci anni dal regista, è nata quando ha letto della possibilità di interagire in tempo reale con un’intelligenza artificiale. Che gli studi sull’intelligenza aritificiale non siano poi così tanto fantascientifici si sa già, basta pensare a Siri, il programma Apple che funge da assistente personale, che tuttavia non ha capacità intellettive proprie; siamo ben lontani da Io, Robot e da ciò che Asimov immaginava e scriveva.  
Her ci dà un assaggio di ciò che potrebbe accadere in futuro e prevede, in qualche modo, le conseguenze di un’epoca tecnologica che stiamo già vivendo.
La solitudine di fronte ad uno schermo di quando si ricercano nuove amicizie o di quando ci si affaccia in un mondo altrui: è questa la contraddizione dei social network in cui si trova intrappolato, come noi, anche il protagonista Theodore. 

Fa da mediatore nelle corrispondenze epistolari tra persone che non ha mai conosciuto direttamente, scrive lettere non sapendo nulla di loro, e nonostante ciò deve essere in grado di interpretare i sentimenti di perfetti sconosciuti, tutto attraverso l’immaginazione e non il contatto diretto. Non è forse quello che sperimenta la maggior parte di noi quando scrive o conosce per chat qualcuno? 
Il tema della solitudine e dell’incapacità di comprendere l’altro sembra essere ricorrente in molti film di fantascienza, in cui si vaticina un mondo freddo attaccato più alla razionalità che agli affetti (Brazil di Terry Gilliam).

Ma non è su questo che Jonze dichiara di volersi soffermare. 

“Ci sono molte teorie sulla tecnologia e sul mondo in cui viviamo, sull’isolamento che può generare come sulle connessioni che è in grado di creare, sul modo in cui la nostra società sta cambiando. Ma mentre scrivevo la storia, mi ritrovavo sempre a relegare questi argomenti sullo sfondo. Il tema principe resta sempre in secondo piano rispetto all’amore che si sviluppa tra Theodore e Samantha. Ogni scena si basa sulla loro realtà di coppia. Abbiamo voluto osservare la loro relazione come se fosse tra due esseri umani e, attraverso loro, tessere una storia che osservasse le relazioni in tutta la loro complessità e dal maggior numero di prospettive possibile”. (Spike Jonze) 

Il mondo di Theodore è asettico ed essenziale, nessuno parla con qualcun altro in carne ed ossa (Theodore non riesce a instaurare un rapporto con una nuova donna, come non è riuscito con l’ex moglie, eppure si sente sicuro con Samantha), eppure tutti sentono il bisogno di essere connessi al mondo. 

L’uomo rende la realtà noiosa e desolante, come l’ha resa Theodore a causa del divorzio con sua moglie: se tutto è silenzioso e lontano mille miglia dal singolo individuo, egli non si sente autoefficace, si sente al contrario oppresso dalla realtà, agendo poco e preferendo chiudersi in un mondo immaginario, surreale, misterioso, come quello del web e, in particolare per Theodore, quello del sistema operativo Samantha; essa non sa dove si trova, non è in grado di definire lo spazio in cui vive, qualcosa che va oltre lo scibile umano. D’altronde è ciò che fa anche la sua migliore amica dopo la fine del matrimonio col marito: si chiude nella sua relazione con un SO.

Ciò che emerge dal film, e che lo stesso regista desiderava trasmettere, è l’analisi di un tipico amore impossibile declinato in una delle sue forme più inusuali, ovvero l’amore tra macchina e uomo. Non sono poi così diversi: nei sentimenti entrambi non sono perfetti. Inoltre sia il regista che Theodore si chiedono come l’amore possa stare al passo con l’evolversi di una persona: le persone crescono, e conseguentemente cambiano, perciò anche l’amore è destinato a cambiare, a finire, nonostante sia stato proprio esso a fomentare il mutamento (un buon amore- secondo Jonze- deve portare alla crescita di entrambi i partner che si spronano vicendevolmente).

Uno degli aspetti più impegnativi di una relazione è essere veramente onesto e profondo e consentire alla persona che si ama di essere se stessa. Si cresce e si cambia continuamente, quindi la domanda è: come si fa a lasciarla essere quel che è giorno dopo giorno? Col tempo sarà ancora possibile amarla? E lei può amare te? Samantha è pubblicizzata come un sistema intuitivo che ti ascolta, capisce e conosce. Ed è questo che colpisce Theodore che, come tante altre persone, ha bisogno di relazioni e di amore”. (Spike Jonze)

Il film scorre abbastanza lento tra momenti di puri silenzi e verbosità eccessiva, purtroppo non coglie e non dà troppo peso alla cornice in cui i protagonisti agiscono; perchè, ad esempio, non approfondire proprio il tema che il regista, invece, ha deciso di trascurare a favore di una tipica love story (come egli stesso la definisce)? 

Samantha è un essere umano senza corpo, predisposta al cambiamento perchè ha capacità di apprendimento, anche se in qualche modo Theodore la vede legata a sè, incapace di abbandonarlo. Più che un amore puro, si tratta di un’ ancora d’appiglio in un mondo su cui non è ancora pronto ad affacciarsi, è un modo per giustificare il suo fallimento nella vita reale e per dimostrare di riuscire ancora ad amare, tuttavia la torre che Theodore si è costruito attorno è pronta a sgretolarsi dopo una semplice discussione con l’ex: Catherine lo accusa di essere incapace di gestire i suoi sentimenti nel mondo reale e usa la tecnologia come ripiego. 
Con la dichiarazione di questo personaggio si intravede una riflessione di Jonze sulla tecnologia in generale, anche se tutte le idee della regia sono convogliate in una love story.

Questo è il punto di debolezza di un’occasione che è stata sprecata: concentrarsi esclusivamente su una love story, tralasciando il background temporale in cui è ambientata, rischia di non sfruttare a pieno il potenziale del soggetto e di scadere nell’ordinario e nel melenso, come accade in Her. Sarebbe stato interessante ampliare il discorso e porre degli interrogativi sulle contraddizioni tra tecnologia e connessioni umane, sulle reali differenze che separano un SO così sofisticato da un essere umano, capire se Her, lei, può essere considerata un uomo vero …
Indubbia la bravura di Scarlett Johansson in voice-over (le mancava davvero solo il corpo sulla scena), fin troppo depresso Joaquin Phoenix. 
Un fuoco d’artificio che non è esploso.

Interviews: Her

19 Gen
Spike Jonze (Adaptation.) presented his new film Her to Festival di Roma 2013. It’s a sci-fi movie about an original theme not too far from our daily reality: a digital world.
Theodore is divorcing his wife, he’s destroyed by pain, but he’s falling in love with the new operating system at home (it’s Scarlett Johansonn voice). During the 51 New York Film Festival this film had a good hail.
 
Spike Jonze (Il ladro di orchidee) presenta al Festival di Roma 2013 il suo film Her. Un film fantascientifico che tocca un tema originale e non troppo lontano dalla nostra realtà digitalizzata.
Theodore è separato pur non accettando il divorzio con l’ex moglie. Tuttavia i suoi sentimenti cominceranno a prendere una piega inaspettata dopo avere acquistato un nuovo sistema operativo con una suadente voce femminile (quella di Scarlett Johansonn). Un film curioso, già acclamato al 51esimo New York Film Festival, uscirà nelle sale italiane a marzo 2014.   

Interviews: The secret life of Walter Mitty

15 Gen
The secret life of Walter Mitty is directed by and starring Ben Stiller. This is the third film adaptation of James Thurber’s 1939 novel after the first by Norman Z. McLeod’s 1947 and the second one by Neri Parenti. In the forties critics wrote: “Walter Mitty leaves his real life because it’s full of difficulties and he decides to live in a daydream, where he can be a Romantic hero without his lousy life. Only in his daydreams he can imagine himself with good qualities such as power, intellect and beauty, even if he knows to own them. So Walter Mitty is the modern man: he can’t imagine a life without a background made up of all fake heroes that mass media are used to offer us. Just like Madame Bovary who wants to love only with beautiful Italian landscapes as background. 
Here is the interview.

Ben Stiller dirige e interpreta la storia di Walter Mitty tratta dal romanzo di James Thurber del ’39.
“Walter Mitty ha questo di particolare, che ha ormai ripudiato la vita reale, ricca soltanto di difficoltà, di sgradevoli compagnie e di mortificazioni, per la vita che sa offrirsi con l’immaginazione, momento per momento. Egli ha sceso l’ultimo scalino della degradazione romantica e non ha altro conforto, che di vedersi vivere: però sotto altre spoglie e in ben altre circostanze che non siano quelle della sua mediocre esistenza. Soltanto in sogno Walter Mitty si concede la forza, l’intelligenza, la bellezza e l’audacia che pure sa di possedere. E, come Madame Bovary che legge Walter Scott e non sa immaginarsi l’amore se non in meravigliosi scenari gotici all’italiana, così Walter Mitty non può immaginarsi la vita se non negli scenari che gli suggerisce ogni sera il Cinema: perché Walter Mitty è il vero uomo nuovo del secolo, la dolce vittima del Cinema, e tutta la sua immaginazione è incatenata ai modelli eroici che ormai lo schermo ha proposto all’umanità”.
Così scrivevano i critici del libro nel ’49. Prima di Ben Stiller, una trasposizione cinematografica fu fatta da Norman Z. McLeod nel ’47 e poi da Neri Parenti in versione comica. 
Ecco l’intervista ai vari protagonisti. 




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