Reviews: August: Osage County

25 Mar
Agosto: un dramma famigliare tratto da una pièce teatrale Premio Pulitzer di Tracy Letts i cui protagonisti si lamentano relativamente poco del caldo soffocante dell’Oklaoma, forse per farci intuire il periodo in cui avviene la prima e vedendo come andranno a finire le cose, ultima riunione di famiglia. Non sono solo i protagnisti a sentire una torrida pesantezza nell’aria, una rarefazione che toglie le forze e la voglia di tenere aperti gli occhi; siamo anche noi che assistiamo davanti ad uno schermo a qualcosa che non ha aggiunto nulla di più a quello che già sapevamo sui drammi o sulla bravura degli attori ormai veterani che interpretano questo in particolare. 
La pièce teatrale così registicamente adattata sembra aggirarsi tra i numerosi membri familiari senza avere una meta ben precisa: tutti adirati, ma questo a cosa porta? 
Qual è il messaggio di fondo? Anche se ogni personaggio, analizzato nella sua interezza, rappresenta una tipologia caratteriale diversa e comune agli uomini di oggi e ai loro passati (un professore che vuole sempre sentirsi giovane, un sedicente affarista di successo, una donna con a carico una figlia adolescente drogata e un matrimonio fallito, un’anziana con il cancro alla bocca vissuta con l’odio verso gli altri fin da piccola), non bastano urla, accuse e personaggi statici che non cambiano mai opinione, oppure qualche segreto di famiglia che tenta di riportare alta l’attenzione quando questa ha già abbandonato chi è in sala (sarà colpa del caldo di agosto?).
Ci sono state pièce teatrali molto più efficaci e ugualmete drammatiche: Un tram che si chiama desiderio , Carnage , 8 donne e un mistero (con qualche vena autoironica), La gatta sul tetto che scotta, tutti drammi che si risolvono, che trovano un cambiamento finale in alcuni personaggi, che trasmettono un messaggio preciso e ben definito, che danno una soluzione al problema o che affermano con forza che soluzioni non ne esistono.
In August: Osage County tutto il film sarebbe potuto iniziare e finire con la scena clou del pranzo dopo il funerale: tutto il resto, infatti, non aggiunge nulla in più alla scena madre, anzi, rende il tutto ancora più stucchevole e ridondante fino al termine del finale, che testimonia apertamente l’incapacità della regia di dare una soluzione al dramma: la figlia della protagonista se ne va, tutti i famigliari se ne vanno dopo avere dimostrato, in modo abastanza goffo e banale, l’ipocrisia e il disinteresse che vige nei rapporti familiari.
La madre rimane sola con i fantasmi del suo passato e la badante indiana; la figlia, felice di avere lasciato dietro di sè quei giorni passati sotto il giogo tirannico della madre, ammira i campi sterminati dell’ Oklaoma e il sorriso le ritorna sulle labbra (senza pensare che anche se ha lasciato i problemi materni altrove, ora le tocca affrontare i problemi con marito e figlia tossica). Un finale che non dà più significato di quello che abbiamo già colto per tutta la durata del film, ovvero a nessuno interessa risolvere realmente le vecchie questioni.
Il ritratto che viene fatto della famiglia è un po’ arcaico e passato: i vecchi bisbetici vanno domati nei loro impulsi distruttivi contro tutto ciò che li circonda, i giovani si contrappongono ma non sono da meno. 
Personaggi che vivono gli stessi sentimenti alla stessa maniera, come in questo caso, non aiutano a dare un tono e una sgrossata al clima torrido che si respira tra i prati di Osage e che arriva dritto dritto fino a noi.
Non bastano un funerale, una vedova arcigna afflitta dal cancro, un po’ di droga, soldi sporchi, qualche segreto di famiglia e un buon cast a dare un tono innovativo al genere del dramma famigliare. Non c’è rivoluzione nè redenzione, è solo un insieme che non riesce a prendere forma.
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