Reviews: Her

12 Mar
Tutto attorno a Her è stato unico e autentico: innanzi tutto l’originalità intrinseca al regista Spike Jonze, con la sua crescente voglia di sperimentare nuovi temi da affrontare e nuove idee da filmare (Il Ladro di Orchidee, Essere John Malkovich). Poi la lavorazione del film: tutti gli attori erano stupiti dal clima di intimità che vigeva durante le riprese (e di solito un set cinematografico è una sorta di campo di battaglia come argutamente ci mostra Woody Allen in Hollywood Ending). Infine la novità: una voce fuori campo di un SO, un sistema operativo, un’intelligenza artificiale capace di evolversi attraverso le nuove emozioni che sperimenta.

Fino ad un certo punto si tratta di fantascienza: l’idea, coltivata per dieci anni dal regista, è nata quando ha letto della possibilità di interagire in tempo reale con un’intelligenza artificiale. Che gli studi sull’intelligenza aritificiale non siano poi così tanto fantascientifici si sa già, basta pensare a Siri, il programma Apple che funge da assistente personale, che tuttavia non ha capacità intellettive proprie; siamo ben lontani da Io, Robot e da ciò che Asimov immaginava e scriveva.  
Her ci dà un assaggio di ciò che potrebbe accadere in futuro e prevede, in qualche modo, le conseguenze di un’epoca tecnologica che stiamo già vivendo.
La solitudine di fronte ad uno schermo di quando si ricercano nuove amicizie o di quando ci si affaccia in un mondo altrui: è questa la contraddizione dei social network in cui si trova intrappolato, come noi, anche il protagonista Theodore. 

Fa da mediatore nelle corrispondenze epistolari tra persone che non ha mai conosciuto direttamente, scrive lettere non sapendo nulla di loro, e nonostante ciò deve essere in grado di interpretare i sentimenti di perfetti sconosciuti, tutto attraverso l’immaginazione e non il contatto diretto. Non è forse quello che sperimenta la maggior parte di noi quando scrive o conosce per chat qualcuno? 
Il tema della solitudine e dell’incapacità di comprendere l’altro sembra essere ricorrente in molti film di fantascienza, in cui si vaticina un mondo freddo attaccato più alla razionalità che agli affetti (Brazil di Terry Gilliam).

Ma non è su questo che Jonze dichiara di volersi soffermare. 

“Ci sono molte teorie sulla tecnologia e sul mondo in cui viviamo, sull’isolamento che può generare come sulle connessioni che è in grado di creare, sul modo in cui la nostra società sta cambiando. Ma mentre scrivevo la storia, mi ritrovavo sempre a relegare questi argomenti sullo sfondo. Il tema principe resta sempre in secondo piano rispetto all’amore che si sviluppa tra Theodore e Samantha. Ogni scena si basa sulla loro realtà di coppia. Abbiamo voluto osservare la loro relazione come se fosse tra due esseri umani e, attraverso loro, tessere una storia che osservasse le relazioni in tutta la loro complessità e dal maggior numero di prospettive possibile”. (Spike Jonze) 

Il mondo di Theodore è asettico ed essenziale, nessuno parla con qualcun altro in carne ed ossa (Theodore non riesce a instaurare un rapporto con una nuova donna, come non è riuscito con l’ex moglie, eppure si sente sicuro con Samantha), eppure tutti sentono il bisogno di essere connessi al mondo. 

L’uomo rende la realtà noiosa e desolante, come l’ha resa Theodore a causa del divorzio con sua moglie: se tutto è silenzioso e lontano mille miglia dal singolo individuo, egli non si sente autoefficace, si sente al contrario oppresso dalla realtà, agendo poco e preferendo chiudersi in un mondo immaginario, surreale, misterioso, come quello del web e, in particolare per Theodore, quello del sistema operativo Samantha; essa non sa dove si trova, non è in grado di definire lo spazio in cui vive, qualcosa che va oltre lo scibile umano. D’altronde è ciò che fa anche la sua migliore amica dopo la fine del matrimonio col marito: si chiude nella sua relazione con un SO.

Ciò che emerge dal film, e che lo stesso regista desiderava trasmettere, è l’analisi di un tipico amore impossibile declinato in una delle sue forme più inusuali, ovvero l’amore tra macchina e uomo. Non sono poi così diversi: nei sentimenti entrambi non sono perfetti. Inoltre sia il regista che Theodore si chiedono come l’amore possa stare al passo con l’evolversi di una persona: le persone crescono, e conseguentemente cambiano, perciò anche l’amore è destinato a cambiare, a finire, nonostante sia stato proprio esso a fomentare il mutamento (un buon amore- secondo Jonze- deve portare alla crescita di entrambi i partner che si spronano vicendevolmente).

Uno degli aspetti più impegnativi di una relazione è essere veramente onesto e profondo e consentire alla persona che si ama di essere se stessa. Si cresce e si cambia continuamente, quindi la domanda è: come si fa a lasciarla essere quel che è giorno dopo giorno? Col tempo sarà ancora possibile amarla? E lei può amare te? Samantha è pubblicizzata come un sistema intuitivo che ti ascolta, capisce e conosce. Ed è questo che colpisce Theodore che, come tante altre persone, ha bisogno di relazioni e di amore”. (Spike Jonze)

Il film scorre abbastanza lento tra momenti di puri silenzi e verbosità eccessiva, purtroppo non coglie e non dà troppo peso alla cornice in cui i protagonisti agiscono; perchè, ad esempio, non approfondire proprio il tema che il regista, invece, ha deciso di trascurare a favore di una tipica love story (come egli stesso la definisce)? 

Samantha è un essere umano senza corpo, predisposta al cambiamento perchè ha capacità di apprendimento, anche se in qualche modo Theodore la vede legata a sè, incapace di abbandonarlo. Più che un amore puro, si tratta di un’ ancora d’appiglio in un mondo su cui non è ancora pronto ad affacciarsi, è un modo per giustificare il suo fallimento nella vita reale e per dimostrare di riuscire ancora ad amare, tuttavia la torre che Theodore si è costruito attorno è pronta a sgretolarsi dopo una semplice discussione con l’ex: Catherine lo accusa di essere incapace di gestire i suoi sentimenti nel mondo reale e usa la tecnologia come ripiego. 
Con la dichiarazione di questo personaggio si intravede una riflessione di Jonze sulla tecnologia in generale, anche se tutte le idee della regia sono convogliate in una love story.

Questo è il punto di debolezza di un’occasione che è stata sprecata: concentrarsi esclusivamente su una love story, tralasciando il background temporale in cui è ambientata, rischia di non sfruttare a pieno il potenziale del soggetto e di scadere nell’ordinario e nel melenso, come accade in Her. Sarebbe stato interessante ampliare il discorso e porre degli interrogativi sulle contraddizioni tra tecnologia e connessioni umane, sulle reali differenze che separano un SO così sofisticato da un essere umano, capire se Her, lei, può essere considerata un uomo vero …
Indubbia la bravura di Scarlett Johansson in voice-over (le mancava davvero solo il corpo sulla scena), fin troppo depresso Joaquin Phoenix. 
Un fuoco d’artificio che non è esploso.

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