Reviews: La Grande Bellezza

5 Mar
La Grande Bellezza
 

Here is again the review about La grande bellezza (The great beauty) by Sorrentino, that has won the Academy Award for Best Foreign language Film. 15 years ago Roberto Benigni won the same award with La vita è bella (Life is beautiful) and now Italy returns to the roots of its own art, with a quite similar theme: the beauty.
Decadentismo. Questa è la parola più appropriata da utilizzare per spiegare il significato del nuovo film di Paolo Sorrentino La grande bellezza, presentato con successo al Festival di Cannes 2013. Anche in quest’occasione troviamo un protagonista solitario, proprio come in This must be the place e ne Il divo: Jep (Toni Servillo), giornalista, scrittore di un unico romanzo di successo, grande estimatore della Roma ricca e mondana.
Il suo obiettivo è sempre stato quello di “non essere semplicemente un mondano” ma di “diventare il re dei mondani”. 


Ci troviamo di fronte ad un personaggio ambivalente e assolutamente ben studiato sotto ogni aspetto per rendere al meglio il dualismo di cui si fa portatore: l’abbigliamento dal gusto dandy e le feste frequentate ogni notte rappresentano il suo modo estroso di apparire, ma le sue riflessioni lungo le vie silenziose di Roma, lungo il Tevere, il suo accento napoletano che rievoca le sue origini e che talvolta lo riporta bruscamente col pensiero alla sua giovinezza e al suo primo amore, ci lasciano intravedere un lato sopito e timido di Jep, il lato umano che ci rende tali per definizione, che ci spinge a chiuderci in noi stessi e a fare il punto della nostra esistenza.
Jep è alla ricerca della bellezza, come ogni uomo su questa Terra; non si tratta di estetica, di materia, ma solo di spirito e di libertà. Una libertà che non ha nulla a che vedere col decidere a quale nuova festa si parteciperà, quale nuovo posto si visiterà, quale nuovo viaggio si farà, ma che riguarda esclusivamente l’animo. 
Così comincia il percorso catartico di Jep, all’età di sessantacinque anni, alla morte del suo primo e unico amore di gioventù, una ragazza conosciuta in vacanza, dalla quale, per la prima e ultima volta e per un breve istante, era riuscito a scovare quello sprazzo di bellezza pura che tanto ricercava. 

Da quel momento, trasferitosi a Roma, era stato fagocitato dalla vita benestante e aveva perso la strada per la bellezza. Jep può essere definito anche un uomo kierkegaardiano. Secondo il filosofo esistenzialista Kierkegaard l’uomo compie tre stadi per arrivare alla sua dimensione interiore: vita estetica (quella di Jep a Roma), vita etica (l’amicizia di Jep con Ramona, una spogliarellista quarantenne gravemente malata) e vita religiosa (l’incontro con “La Santa”, una suora missionaria). Questa ascesi dalla mondanità ai valori rende Jep un eroe decadente: egli vive nell’estetismo della sua ricca vita, ma anche nel superomismo quando aspira a diventare il re dei mondani. Il film ha per protagonista un novello Dorian Gray, un dandy alla ricerca della pura bellezza che ritrova, a differenza di Jep, in un volto fisico. 

Tuttavia Sorrentino non poteva rendere un protagonista in modo così preciso ed impeccabile senza creare il giusto contesto e i giusti personaggi che agiscono sulla scena.
Proprio per questo vediamo agire ogni tipo di personaggio, dagli amici scrittori alle donne in carriera, dai bambini prodigio alle ragazze immagine, dai boss della malavita ai cardinali, in un susseguirsi di ambienti diversi, dai locali mondani ai party del botox alle vie solitarie di Roma. Le scene che compongono il film sembrano non avere collegamento logico tra di loro, talvolta hanno come protagonista Jep, talvolta vedono protagonisti altri personaggi con le loro vicende personali; Sorrentino riesce proprio in questo modo apparentemente sconnesso a dare l’impressione del flusso incessante della vita, delle vicissitudini umane, dei pensieri e delle menzogne che popolano la nostra esistenza. 

“E’ tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio e il sentimento, l’emozione e la paura… gli sparuti e incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile”

Alla fine Jep avrà l’opportunità di comprendere: “La Santa”, suor Maria, è una missionaria che fa eco a suor Maria Teresa di Calcutta. Solo osservando la sua totale comunione con la natura, la sua devozione per ogni creatura vivente e la sua fede indistruttibile, Jep comprenderà il segreto della grande bellezza, qualcosa che va oltre tutto ciò che circonda i comuni esseri umani, ma che ha a che fare col loro lato immortale. 

Per un attimo afferrerà il significato della vera bellezza e del senso della vita:

“Finisce tutto così, con la morte. Prima però c’era la vita, nascosta dal bla bla bla incessante che adoperiamo solo per nascondere i nostri veri pensieri alla mente”

Di straforo vorrei sottolineare l’interessante confronto tra due figure di fede, il vescovo amante di cucina e “La Santa”, che vengono brillantemente contrapposte come portatrici di due fedi e stendardi diversi: la chiesa ricca che ha perso la fede e quella povera che la vive ogni giorno.

Non c’è altro da aggiungere, tutto il resto è da vedere.
Nomination per la Palma d’Oro, per il Nastro d’argento e per il Globo d’oro più che meritate.






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