Reviews: Miss Violence

18 Nov
Il titolo personificato è più che valido, perchè tutto ciò che ruota attorno alla famiglia di Angeliki, che il giorno del suo undicesimo compleanno decide di buttarsi dal balcone di casa, è dettato dalla violenza nei pensieri, nelle parole, nelle opere e nelle omissioni. Tralasciamo la Coppa Volpi e il Leone d’Argento vinti dal regista Alexandros Avranas al Festival di Venezia 2013 per concentrarci su molteplici aspetti discussi e discutibili di quest’opera seconda del regista greco. Alcuni hanno visto riflesso in questo film lo specchio della crisi economica che sta colpendo gravemente la Grecia; personalmente non scorgo la volontà di Avranas nel volere accennare specificamente al tema economico e politico, anche se sappiamo bene che ad una decadenza economico-sociale ne corrisponde una dei costumi morali, a causa della quale la fame di soldi e di sostentamento può portare le persone a compiere azioni socialmente inaccettabili (furto, omicidi, prostituzione).

Avranas dichiara: “Il film è tratto da una storia reale accaduta in Germania, tre volte più dura. Il cinema ha il dovere di rappresentare queste vicende, ma non può esagerare con la violenza, per evitare che lo spettatore abbia una reazione di chiusura e rifiuto nei confronti della storia”.
Il regista ha rispettato in parte questa sua dichiarazione. Se da una parte ha trattato sapientemente un tema così scabroso, per quasi tutto il film, con l’inserimento di metafore e silenzi coadiuvati dalle capacità interpretative degli attori, dall’altra non ha potuto fare a meno di gelare il pubblico con un’ultima doccia fredda di immagini cruente. Purtroppo questa sua scelta si è allontanata dai presupposti da cui era partito, ovvero quella di non esagerare con la violenza, al punto da provocare nel pubblico la reazione indesiderata di rifiuto. 

Questa è stata la pecca fondamentale del film, in quanto si sta parlando di una vera e propria tragedia edipica! Il pater familias ha abituato moglie, figlie e nipoti al regime del terrore, all’umiliazione, all’apatia, alla rassegnazione. In più all’inizio i ruoli parentali non sono ben definiti, non riusciamo subito a comprendere chi sia il padre, chi la madre, chi i figli di chi, se la più anziana del gruppo sia la nonna vedova: ciò testimonia l’intreccio e l’inganno in cui la famiglia è costretta a vivere. 
Torpore, ipocrisia e silenzio aleggiano in una famiglia che non può essere definita tale, semmai un covo di povertà morale da parte di chi tacce pur sapendo. La rassegnazione di tutti i protagonisti, meno che del pater-nonno, dà fastidio al pubblico, che trova patetico e inaccettabile il comportamento di timore reverenziale degli altri nei confronti del loro carnefice. 

Eppure se fin da bambino un individuo è educato all’obbedienza e al silenzio in un ambiente chiuso, privo di stimoli e senza un confronto esterno, egli non potrà che considerare accettabile e normale tale condizione inflittagli.
Le scelte stilistiche che più si confanno al clima di rigidità e freddezza che vuole adottare Avranas sono l’assenza di colonna sonora (vi sono solo i rumori di tv e stereo e di un inquietante e assai metaforico urlo di scimmie proveniente da un documentario amato dalla mater), il duplice atteggiamento del pater, remissivo e docile a lavoro, ossessivo e ipocrita in famiglia, determinato a portare a termine i suoi sporchi affari seppellendo a malincuore il ricordo di una vittima che non ha fatto in tempo a sfruttare.

Infine interessante è la metafora della porta: porte che si aprono e si chiudono, porte grigie, porte che non si aprono del tutto, porte e muri che coprono scene e altre che vengono smontate per fare finta che “nessuno ha da nascondere nulla in questa famiglia”, quando in realtà ci mettono davanti ad una realtà insopportabile. La porta avrà un ruolo fondamentale anche nella chiusa del film, volontariamente ambigua: “Il finale è a doppio senso” spiega Avranas: “Se nessuno decide di porre fine a questo circolo di violenza, esso continuerà”. Ma il finale può essere aperto a libera interpretazione: una porta che si chiude per non lasciare uscire Miss Violence da quelle mura domestiche o per seppellirla insieme a quella famiglia ormai condannata, in modo da non contaminare il resto del mondo.

Purtroppo la scelta discutibile adottata dal regista nell’inserire sequenze che avrebbe potuto risparmiare a beneficio del pubblico, già sconvolto di suo, testimonia una fastidiosa usanza che sta dilagando a macchia d’olio in tanti film in concorso, partendo da Cannes 2013, le cui opere hanno destato clamore e sdegno per le frequenti scene da censura presentate in quasi tutti i film in concorso. 
Come ci dimostrano i grandi registi del passato alle prese con temi scabrosi che il cinema, giustamente, non deve ignorare se vuole adempiere alla funzione sociale che gli compete, un film che lascia il segno non deve scadere nella banalità, ma deve raccontare in maniera originale il realismo e la tragedia. Già Aristotele nella Poetica rifiutava l’opsis, ovvero il fatto che una rappresentazione, per fare paura, dovesse ricorrere ad una messa in scena cruenta: per lui quella era una forma poco nobile di rappresentazione che denotava poche capacità nel tragediografo.
Oggi potremmo dire lo stesso dei registi che hanno trattato temi scabrosi (come la pedofilia) senza ricorrere all’opsis: Kubrick in Lolita, Fritz Lang ne M-Il mostro di Dusseldorf, Shanley ne Il dubbio, Mikkelsen ne Il sospetto, solo per citarne alcuni.
 

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