Reviews: Gravity

4 Nov
I ricercatori della NASA hanno dichiarato che il film commette delle pecche per quanto riguarda la riproduzione degli eventi che si verificano durante una missione spaziale e gli strumenti che vengono utilizzati per fare fronte ad alcuni problemi (a partire dal salvifico jetpack di George Clooney).
Ma per Alfonso Cuaròn (Harry Potter e il prigioniero di Azkaban, 2003, I figli degli uomini, 2007) queste incongruenze non hanno un vero peso sul significato del film, che esula dalla fantascienza vera e propria di Mission to Mars di Brian de Palma, per approdare sul versante drammatico di una metafora sul trauma del parto e del “venire al mondo”. 
Questa qui a fianco è solo una delle tante scene (come anche quella finale quando Ryan, con difficoltà, esce dall’acqua esausta e cerca di camminare sulla sabbia) che hanno chiaro intento simbolico di rinascita. Lo spazio è un luogo totalmente diverso dalla Terra, sia per l’atmosfera che per l’assenza di gravità, proprio come il grembo materno e l’ambiente esterno in cui dovrà adattarsi il bambino dopo nove mesi passati in un posto fuori dal tempo. Anche gli astronauti di Cuaròn vivono in un universo in cui il silenzio, i colori, la luce, l’improvvisa dicotomia tra lentezza dei movimenti e infinito movimento sono in netto contrasto con le leggi terrestri a cui la Dottoressa Ryan dovrà riabituarsi cercando di tenersi in piedi sulla terraferma. 
Cuaròn ha dato vita ad un’idea originale, ossia l’immagine della vita come un insieme di centri concentrici: dall’universo creatore della Terra, alla Terra creatrice di vite, all’uomo desideroso di riscoprire le sue radici andando a ritroso nello spazio, sperando di ritrovare in esso un conforto materno profondo che è stato abbandonato al momento del parto. Tuttavia non è più il tempo per un viaggio à rebours alla Huysmans, di evasione dai dolori personali (la morte della figlia di Ryan): è il momento di maturare per essere pronti ad affrontare la vita là fuori (ma in questo caso, data la vastità dell’universo, dovremmo dire là dentro, sulla Terra!). 

E’ questo ciò che Kowalsky lascia a Ryan, il giusto coraggio per continuare il ciclo della vita. Ryan si trova totalmente sola nell’affrontare il ritorno sulla Terra: non sa cosa l’aspetta, proprio come un bambino che deve nascere. Le uniche occasioni di contatto col mondo “esterno” sono dei casuali contatti radio con un uomo orientale che imita i versi del suo cane insieme a Ryan, ormai senza speranze.
Simile alla metafora kubrickiana di 2001: Odissea nello spazio, lontano da scenari ed esseri immaginari come in Mission to Mars, Gravity assimila i pregi di una tradizione cinematografica fantascientifica americana con alcuni luoghi comuni e catastrofisti altrettanto americani. Ancora più originale è il lavoro meno noto di Cuaròn, I figli degli uomini, che non ha nulla da invidiare a Gravity per il grado di tensione che riesce a suscitare!

 
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