Reviews: The Bling Ring

7 Ott
(Recensione scelta da Paperblog)

Non far caso a quello che dico quando sono insieme ai compagni. Nessuno… nessuno di noi è sincero.(Gioventù bruciata, Nicholas Ray)

Quanti ragazzi ribelli abbiamo visto protagonisti al cinema? Quanti ragazzi in lotta per ricercare una propria identità unica e irripetibile abbiamo visto trasgredire alle imposizioni genitoriali che non ammettevano repliche? Il fenomeno adolescenziale delle baby gang, ora anche al femminile, c’è sempre stato, soprattutto con l’inizio di un’epoca di benessere che ha fatto seguito alle due Grandi Guerre, dagli anni ’50 in poi. 

Possiamo pensare ai cult movie come Gioventù bruciata, in cui l’idolatrato James Dean, in piena crisi esistenziale, chiede disperatamente spiegazioni a quel mondo adulto di cui presto farà parte, ma che si trova in contraddizione con gli ipocriti ideali di cui falsamente si fa portatore; infatti quando Jim deciderà di costituirsi per l’omicidio colposo di un suo coetaneo, madre e padre si opporranno mandando in crisi il giovane ragazzo: “Papà, non mi hai sempre detto di dire la verità? Perfavore, almeno tu non puoi rimangiarti quello che mi hai insegnato”.
Foxfire è il film del 2013 di Laurent Cantet tratto dal romanzo di Joyce Carol Oates Ragazze cattive: nel 1955 un gruppo di ragazze decide di ribellarsi al maschilismo imperante e di rendersi libere da ogni imposizione sociale, anche lottando con la violenza. Ciò che le ispira nelle loro rivoluzioni sono i discorsi di un vecchio prete che ha vissuto la guerra.
Poi è il turno di Dead Poets Society (L’attimo fuggente) dell’89; anche qui il gruppo di studenti di un college privato stipula un patto di sangue per sentirsi libero da famiglie ottuse e da un’educazione scolastica deprimente e conformista. 
In quest’occasione è il professore di lettere il simbolo della loro ribellione. Nel 2011, tratto da una storia vera, approdano sul grande schermo le 11 Ragazze che hanno fatto scalpore in Francia, quando hanno deciso di rimanere incinte tutte insieme come protesta contro il mondo degli adulti.

Nel 2013 creano scandalo le Spring Breakers americane di Harmony Korinealle prese con la festa di primavera: tra droga, musiche di Britney Spears, discoteche, soldi, pistole e una buona dose ostentazione del sesso, le giovani protagoniste si ribellano in nome del puro divertimento.
In The Bling Ring (la cricca dei gioielli) Sofia Coppola ci racconta di una ribellione all’insegna del mito e della fama. Tratto da un fatto realmente accaduto nel 2008 a Los Angeles, dove il gruppo Bling Ring, formato da ragazzi e ragazze di famiglie ricche, ha svaligiato le case di alcune celebrities, Paris Hilton e Orlando Bloom per citarne alcune, ricavandone tre milioni di dollari in beni di lusso. Questa non deve sembrarci una realtà troppo lontana, dato che negli utlimi tempi anche in Italia sono state segnalate bande di giovani italiani benestanti che rubavano ai loro coetanei. 

Forse dovremmo pensare che film come Spring Breakers, e ancora più The Bling Ring sia per superiorità registica che di scelte stilistiche, rappresentino le novelle gioventù bruciate del XXI secolo?
Questi film hanno suscitato reazioni controverse: chi li considera portatori di una realtà edulcorata e superficiale, chi invece li vede come testimonianza del declino sociale. Come Gioventù bruciata si faceva portavoce della decadenza giovanile degli anni ’50, così The Bling Ring denuncia una gioventù vuota e annullata da tutto ciò che le gira attorno, i cui valori sono nettamente cambiati da quelli che spingevano le vecchie generazioni alla rivoluzione. In The Bling Ring, infatti, non c’è rivoluzione, ma ribellione dei costumi, una ribellione finalizzata non ad una crescita verso l’età adulta, ma ad un diventare adulti nell’aspetto. Se Gioventù bruciata a suo tempo fece luce sulla disperazione dei ragazzi di non essere abbastanza per il mondo degli adulti, mondo che, come tutti gli adolescenti, rinnegano e desiderano allo stesso tempo, così oggi la stessa paura di inadeguatezza attanaglia i ragazzi del 2000, alla ricerca di idoli che suscitino il consenso generale della folla e che stiano al passo con i tempi che cambiano frettolosamente. 

Come l’immigrazione, la dipendenza, la disoccupazione, anche le trasgressioni giovanili sono un importante tema sociale che spesse volte viene sottovalutato o accettato come qualcosa di normale che fanno tutti i giovani.
Sofia Coppola ci dice, anzi, ci favedere senza filtri personali, una gioventù che vive sui social network, che mira alla fama sul web raggiungendo il maggior numero di amicizie (“Lo facevamo perchè tutti ci seguivano e ci chiedevano l’amicizia… alcune le ho accettate senza nemmeno guardarle”). Perchè ci stupiamo o consideriamo banale un fenomeno di cui tutti, chi più e chi meno, siamo vittime? 

Chi non posta le sue foto sulle piattaforme multimediali a cui è iscritto, chi non va in discoteca il sabato sera e il giorno dopo, orgoglioso, documenta il tutto sui social? Quanti ragazzi e ragazze di tutte le età non ascoltano la musica trasgressiva dei loro idoli alla moda, scimmiottandone azioni e atteggiamenti, soprattutto se si tratta di ragazzi di L.A. o di Hollywood che vivono costantemente a stretto contatto con tali celebrità? 

Se già nell’età adolescenziale si viene influenzati molto dal gruppo di amici, come potrebbe non essere lo stesso in un ambiente in cui vivono i propri miti? Sofia Coppola ci mostra i meccanismi del branco, dell’arrivismo degli adulti trasporto su dei ragazzini che giocano a fare gli adulti puntando alla vetta come tutti i “grandi” del globo (“Loro hanno soldi e fama, chi non verrebbe avere la loro stessa vita?”). 

Se la società ci fa credere che il massimo a cui si possa aspirare è la popolarità, possiamo ben comprendere perchè Rebecca sia così ossessionata dalla figura di Lindsay Lohan; la scena chiave è il rallenty di quando, davanti allo specchio a casa della sua icona preferita, Rebecca si spruzza al collo il suo profumo, assaporando l’estasi del momento, oppure quando chiede che cosa ha detto Lindsay dell’arresto ( “E Lindsay cos’ha detto?”). Dichiarazioni come quella di Rebecca o quelle di Nicki rilasciate alla rivista “Vanity Fair” e ad un talk show americano, come anche tutte le azioni dei protagonisti, sono stati riportati fedelmente dalla regista dopo avere letto le interviste del 2008. 
Come anche in Marie Antoniette, Sofia Coppola ci descrive con ironia e stile gli eccessi di due epoche diverse, facendo buon uso degli elementi a disposizione che caratterizzano ogni epoca; in The Bling Ring la forma del documentario è presente attraverso l’intervento registico diretto dei protagonisti, come se fossero loro stessi e non un mediatore (il regista) a creare la loro storia e la loro personalità.

Anche per questo c’è una scarsa caratterizzazione dei personaggi, perchè essi sono davvero come si presentano, tutto quello che hanno ce lo mostrano per un’ora e mezza, non c’è nient’altro da aggiungere a quello che ci fanno vedere. I selfie (le foto autoritratto), i found footage delle celebrities che scorrono sullo schermo, le scene girate davanti ad una webcam a bassa definizione, questi sono i mezzi documentaristici con cui i ragazzi vogliono descriversi e farsi notare dai loro coetanei. La musica non è il sottofondo musicale delle loro vite (come non lo è nella realtà che vive ognuno di noi), ma solo quello del divertimento in discoteca; attraverso la musica concitata riescono a perdere ogni controllo e ad ostentare una nuova personalità. 

Non dobbiamo nemmeno stupirci se la madre di Nicki, che nella realtà è stata un’ex coniglietta Playboy, cresca le figlie attraverso educazione famigliare insegnando loro la filosofia di The Secret, un libro di Rhonda Byrne, ovvero come convogliare l’energia in un obiettivo (prendendo Angelina Jolie come esempio). 

Ecco perchè Nicki è così determinata a cogliere qualsiasi occasione per farsi pubblicità, anche nei talk show (Emma Watson interpreta quelle che sono state le vere parole della ragazza accusata: “E’ dura quando ti svegliano ogni giorno alle 5.30…Appena è stato pubblicato il video mi sono messa in contatto col suo manager (della Lohan) per dirle che sapevo chi era stato! Potevano pensare che avessi rubato io! Ad ogni modo se volete sapere tutta la vertià su di me andata sul mio sito!”).

Sono ragazzi che tentano di raggiungere lo status del loro gruppo di riferimento, fatto di miti passeggeri, che si sentono a disagio nelle loro normali case, ma che adorano passeggiare nel lusso dei loro eroi. Sofia Coppola cerca di dare un tocco personale ad un ambiente giovanile monotono attraverso l’uso della musica, del documentario, del rallenty, della telecamera fissa, come nel caso del lungo piano sequenza della casa in cui Marc e Rebecca vanno a rubare.
The Bling Ring è un lucido sguardo su un circolo vizioso che ha come protagonisti ragazzi a cui viene data poca linfa vitale per crescere.


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