12 Set
50/50
E’ la biografia di Will Reiser, sceneggiatore del film, che ha deciso di rendere pubblica la sua lotta contro il cancro in giovane età.
50/50 sono le probabilitàche ha Adam, ventisette anni, di sopravvivere al cancro. Non solo: sono le probabilità che ha di sopravvivere a se stesso, ai suoi sentimenti contrastanti e a ciò che lo circonda, amici e parenti. Perchè la malattia mette alla prova il diretto interessato per primo e in base alla sua reazione, astiosa nei confronti della vita o di positiva accettazione, dipenderà il comportamento di chi gli sta attorno, se si limiterà alle solite frasi di circostanza con cui viene trattato il tabù della malattia o se continuerà a vedere il malato con gli stessi occhi di prima.
Adam attraversa tre fasi, quasi catartiche, che lo aiuteranno a capire che anche da esperienze negative si può trarre insegnamento per migliorare la propria vita.
Nella prima fase c’è l’incredulità: “Non fumo, non attraverso col rosso, faccio la differenziata… com’è possibile?”. Adam non riesce a trovare una spiegazione logica, come tutti noi pensa che certe cose non lo possano riguardare. Intanto il medico, impassibile, si limita a registrare il suo caso come “molto interessante”.
Nella seconda fase Adam non vuole sentirsi diverso dagli altri, piuttosto una normalissima persona che desidera continuare a lavorare come giornalista, continuando a vivere lontano dai genitori e accanto ad una ragazza che ha paura della sua malattia. Eppure si sente diverso da com’era prima, persino la giovane e inesperta psicologa che lo supporta non sa come comportarsi, si mostra impacciata e poco spontanea intrisa com’è di tutta l’inutile teoria imparata nel corso dei suoi studi. Non avendo ancora accettato la sua malattia (si rade i capelli per non vederli cadere a seguito della chemio), Adam rimane impassibile di fronte ad una vita a cui manca qualcosa, forse gli affetti.

Egli tiene lontano la madre e non ha il coraggio di porre fine all’insoddisfacente relazione con la sua ragazza. Solo l’amico cerca di spronarlo, perchè d’altronde il 50% di probabilità di potere sopravvivere è sempre una buona percentuale per continuare a sperare!
Nella terza fase Adam fa un resoconto della sua vita: non è ma stato in Canada, non ha mai detto “ti amo”. Si rende conto di non potere continuare a farsi scivolare le cose addosso, di fare il ritroso nei confronti della sua famiglia. Scopre che sua madre sta partecipando ad un gruppo di supporto per genitori con figli malati di cancro e che il suo amico legge un libro su come affrontare insieme la malattia. 
Adam capisce che è inutile isolarsi e consumarsi nel dolore, ma che è necessario stare con chi si ama.
Il protagonista è ben costruito sia nei gesti che nelle battute, anche se molte sue azioni sono più esemplificative del percorso di formazione che dovrà sostenere per arrivare alla riconciliazione con se stesso delle parole stesse.
Commedia e dramma si alternano realisticamente grazie alla differenziazione dei personaggi, ciascuno dei quali vive a modo proprio il dolore, anche se è il personaggio dell’amico un po’ immaturo che porta con sè i tratti caratterizzanti della commedia. 

Joseph Gordon-Levitt riesce a dare le giuste sfumature a tutte e tre le fasi di transizione di Adam, costruendone un ritratto realistico e cerebrale. I personaggi dell’ex fidanzata e della psicologa cadono in alcuni luoghi comuni scontati e fungono solamente da spalla del protagonista, da pretesto per il suo cambiamento. Forse si sarebbe potuto dare maggiore carattere ai personaggi secondari e rendere più esplicito il dissidio di Adam senza ridurre più di tanto lo spirito di commedia del film. Ben congegnato il soundtrack nella scena in cui Adam passeggia per l’ospedale dopo avere mangiato dei dolcetti fatti di erba.

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