Entres les murs

15 Ago
Entre les murs

Laurent Cantet è stato premiato nel 2008 con la palma d’oro al Festival di Cannes grazie al suo docu-film Entre les murs. 
Il film è stato girato nel periodo estivo con alunni e professori volontari e tale scelta ha influito notevolmente sull’aspetto di questa pellicola. 
Il titolo originale in francese conferisce l’idea attorno alla quale ruota l’intero senso del film, ovvero la rappresentazione della scuola come luogo di segregazione e di mancata integrazione. Sebbene le classi siano miste dal punto di vista etnico, i ragazzi (soprattutto quelli di colore, di religione presumibilmente musulmana e con genitori non del tutto integrati nella comunità locale a partire dal fatto che riescono a comunicare col mondo esterno, nella fattispecie con i docenti, solo attraverso interpreti quali i loro figli istruiti) vivono in due realtà separate e differenti: l’ambiente scolastico e quello famigliare.

Il primo tende ad uniformare pensieri, idee e metodi di studio che devono essere uguali per tutti, senza badare a differenze personali di ogni individuo e dando per scontato che il metodo di insegnamento utilizzato sia valevole per ognuno degli allievi. A questo proposito mi viene in mente il problema della dislessia, molte volte trascurato e non riconosciuto da scuola e famiglia, che non permette a chi ne soffre di raggiungere gli stessi gradi di studio elevati di chi non ne è affetto; la dislessia non è un deficit mentale, ma richiede un metodo di studio diverso basato sulla figurazione e non sul comune metodo mnemonico. 
Tuttavia, come avviene nelle riunioni docenti del film, l’interesse di questi verso i problemi d’apprendimento degli allievi è ben poco: si parla piuttosto della riparazione della macchinetta del caffè e di eventuali ricorsi disciplinari. Da questo quadro emerge il vero lato diseducativo della scuola che non fa nulla per eliminare dislivelli culturali e sociali, ma mira a livellare le differenze individuali; interviene solo a stanare atti violenti da parte dei ragazzi, come se contassero solo quelli, senza dare peso ed elogiareciò che di positivo riescono a fare. 
Il caso di Souleymane, ragazzo di colore, è esemplificativo della diseducazione che fornisce il sistema scolastico e della poca parità dei diritti tra professori despoti e alunni sottomessi; solo il professore di lettere sembra voler scardinare questo circolo vizioso di disinteresse, anche se alla fine sarà vittima e artefice egli stesso dell’ingiustizia tra le due fazioni. Souleymane dovrà pagare per il gesto violento che compirà, mentre il professore, colpevole di avere insultato delle ragazze, non sarà richiamato per il suo atto poco professionale. Questa è la disugaglianza e il cattivo esempio che la scuola fornisce ai ragazzi. 
Il regista mette il pubblico di fronte ad una realtà in cui non riesce ad identificarsi nè stando “dalla parte” del professore nè da quella degli studenti; entrambi mostrano di avere torto e ragione allo stesso tempo, ora l’uno ora l’altro, senza giungere ad una soluzione che possa unirli in nome della vera educazione per mancanza di una vera comunicazione da parte di entrambi. Ci troviamo, perciò, spiazzati dall’incomunicailità e da come la scuola non compia il suo dovere a pieno, concentrandosi più sulla cultura massificata, piuttosto che sul potenziale soggettivo da sviluppare.

 
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