Monsieur Verdoux

14 Lug
Monsieur Verdoux
 
Questa tragicommedia del 1947, interpretata e diretta da Charlie Chaplin, segna il ritorno del regista sul grande schermo dopo i sette anni di silenzio trascorsi dopo Il grande dittatore. Un ritorno controverso che tacciò Chaplin come comunista e nemico dell’America (infatti durante il Maccartismo americano degli anni ’50 il regista dovette trasferirsi definitivamente in Europa). 
Da sempre attento a temi a lui contemporanei (e sempre attuali) come l’alienazione del lavoro attraverso il suo intramontabile personaggio Charlot, in quest’occasione, con l’avvento del sonoro, Chaplin decide di incarnare un personaggio con una forte dualità per rappresentare al meglio le ipocrisie e le contraddizioni del mondo ( e nella fattispecie dell’America puritana e bigotta). 

Henri Verdoux è un impiegato bancario nella Francia a cavallo delle due Grandi Guerre. Con la crisi economica viene licenziato e si trova costretto ad escogitare un piano per mantenere la sua famiglia, ovvero diventare un serial killer di nobildonne non prima di averle sposate e di aver acquisito la loro eredità. Così Henri si trova a vestire contemporaneamente i panni di più personalità inventate. Chaplin ha preso ispirazione dalla storia vera di un serial killer francese conosciuto come Henri Landru o Barbablù. Comicità, equivoci e ironia tragica non mancano anche se ormai Chaplin ha abbandonato definitivamente le gag e le movenze del cinema muto e ha imparato a fare un uso sapiente del sonoro: di denuncia e di disincanto. Nonostante ciò è ancora visibile la mimica facciale ingenua e ammiccante del tenero Charlot.

Con  Monsieur Verdoux Chaplin si distacca dall’ingenuità e dall’ottimismo che caratterizzavano il personaggio di Charlot per avvicinarsi ad una critica dura e realistica nei confronti dell’uomo moderno e dell’impiego delle risorse dei paesi in armi e, in generale, in ciò che non fa progredire valori quali uguaglianza e solidarietà. 
Henri è un personaggio ambivalente: da un lato è un amorevole padre di famiglia, un povero proletario sfruttato dalla macchina del progresso, che viene gettato via nonostante i suoi trent’anni di forsennato lavoro. 

Dall’altra parte è un cinico omicida che si scontra con la società capitalista, con le sue leggi spregiudicate, con i suoi inganni e le sue contraddizioni: è questa società che l’ha costretto a dover vivere in una condizione di illegalità volta al solo raggiungimento del benessere materiale.

Essendo consapevole di quanto detto, non è difficile capire perchè alla fine Henri decida di espiare comunque le sue colpe; davanti alla corte spiegherà le sue profonde convinzioni e, in generale, il succo dell’intero film (qui in versione originale). Henri ammette di essere un omicida come lo sono le nazioni in guerra e anche meno esperto di quest’ultime: “Un omicidio è delinquenza, un milione è eroismo; i numeri legalizzano”. Egli pone l’attenzione su quanto ogni cosa sia relativa al contesto che la attornia: anche la bomba atomica è “un’omicida”, soltanto che è un modo “più scientifico” di compiere lo stesso atto di Henri, sono sempre “affari”. Il fine che accomuna Verdoux e la società è il medesimo, sebbene raggiunto con mezzi differenti: la distruzione dell’uomo. 

Infine il saluto mosso ai giudici, “A ben rivederci”, esprime il destino che accomuna tutti gli uomini sulla Terra, ovvero la morte, condizioni egualitaria di ricchi e poveri.
La pellicola venne interpretata come una prova dell’antipatriottismo di Chaplin e sottoposta alla censura che alla fine non intaccò più di tanto il capolavoro del regista. Verdoux, condannato alla ghigliottina, è il simbolo della condanna morale della società che, a differenza del protagonista, preferisce non espiare le sue colpe, ma vivere nell’apparente buonismo.



 
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