The Great Gatsby

25 Mag
The Great Gatsby
 
 
Baz Luhrmann, già regista di Moulin Rouge! e Romeo + Giulietta (per citare i film più rappresentativi del suo genere barocco), ha trovato la combinazione vincente per riportare in auge un classico di Farncis Scott Fitzgerald, scritto nel 1925 e ambientato a New York e a Long Island nei ruggenti anni  ’20 (estate 1922).
Presentato a Cannes fuori concorso in occasione della cerimonia di apertura, non ha ricevuto tanto calore dal pubblico e dalla critica. 
In realtà il regista ha saputo andare oltre le apparenze stilistiche tipiche dei suoi film e non ha trascurato il vero spirito del romanzo; certo, la fastosità delle scene, le musiche che mescolano dance ad armonie anni ’20, i costumi e la storia d’amore potrebbero mettere in secondo piano il vero cuore dell’intero romanzo e del film, eppure personaggi e dialoghi di Luhrmann non sono lasciati al caso, ma ben studiati proprio per unire modernità a classicità.
Il regista è fedele in tutto e per tutto allo spirito del romanzo.
Quando Fitzgerald scrisse Il grande Gatsby si trovava in un periodo difficile a causa di problemi legati all’alcol. La figura di Gatsby non era altro che il suo alter ego; Fitzgerald sentiva di dover mettere ordine ai suoi pensieri e alla sua vita perchè sentiva di essere rifiutato da quell’esplosione di “civiltà”, di ricchezza finanziaria del paese, di espansione industriale, di folle pronte ogni sera a divertirsi, di frenesia generale che non lasciava spazio a nulla se non al materialismo. I ruggenti anni ’20 e l’Età del jazz sono stati tutto questo sia per Fitzgerald sia per Gatsby. Entrambi, tuttavia, cercano qualcosa di proibito in tutta quella frenesia, cioè di seguire sogni semplici e spirituali, come l’amore. Gatsby incarna quindi l’altra faccia della medaglia: la solitudine, ciò che Fitzgerald definisce come la malattia di quell’epoca.
Nel film vengono ricalcati il medesimo stile e gli stessi espedienti narrativi impiegati nel libro, come la voce narrante di Nick Carraway, spettatore sempre più sconcertato dalla povertà di sentimenti che anima la ruggente New York che rimane, tuttavia, sempre più appariscente e luminosa. 
Inoltre vengono prese citazioni direttamente dal libro, come la considerazione fatta da Nick sui ricchi di New York, in particolare su Daisy, sua cugina, amata alla follia da Gatsby, eppure incapace di vivere a pieno il suo sentimento per lui preferendo farsi scivolare addosso ogni cosa per non rischiare.

 Erano gente indifferente, Tom e Daisy – sfracellavano cose e persone e poi si ritiravano nel loro denaro o nella loro ampia indifferenza o in ciò che comunque li teneva uniti, e lasciavano che altri mettessero a posto il pasticcio che avevano fatto”

Luhrmann ha voluto creare due poli opposti: la fragilità tra Daisy e Gatsby e la sfarzosità di un’indifferente New York, rappresentata dal simbolo dei due occhi di un vecchio cartellone pubblicitario che fissano il cantiere di nuove costruzioni che amplieranno il quartiere. Quei due occhi rappresentano il Dio dei tempi moderni e del denaro, molte scene e molti dialoghi rimandano a quest’idea, centrale anche nella rappresentazione consumista della Grande Mela descritta da Fitzgerald.
I personaggi sono ben caratterizzati sia nei dialoghi che nel modo personale di vivere la vicenda: l’ingenua e volontariamente illusa Daisy (“In questi tempi una ragazza deve essere bella e stupida”), l’uomo d’affari Tom, suo marito, il semplice Nick, portatore del significato dell’intera vicenda, e Gatsby, il sognatore, colui i cui sentimenti non sono stati ancora corrotti, colui che vive in funzione della luce verde sul molo, colui che morirà nell’illusione di essere ricambiato di un sentimento puro come quello provato per Daisy, colui che rimpiange il passato e che va alla sua ricerca disperata. Tra Daisy e Gatsby non c’è vera comunicazione, solo rimpianto per un passato non vissuto e tanta indifferenza da parte di lei, come tanta futile speranza da parte di lui. 
Tutto questo Baz Luhrmann lo dice con serietà lasciando la parola ad un eroe romantico come il suo protagonista e ad una società indifferente come la giovane e incosciente cittadinanza che passa le serate a far baldoria in casa del misterioso Gatsby senza nemmeno essere presente al suo funerale.
La serie di eventi fortuiti che muovono il racconto sono intrecciati con maestria e con il medesimo distacco sia da Fitzgerald sia dal regista che, proprio per questo, coglie l’opportunità di concentrarsi non solo sulla drammaticità dipinta dallo scrittore, la cui morale è lasciata commentare dal narratore Nick Carraway, ma anche sugli effetti più eccentrici e coinvolgenti tipici del suo stile.
La colonna sonora è capace di reinventare il jazz unendolo a rap e dance,contribuendo a creare un mix di colori e situazioni che vanno dal polo del divertimento a quello dell’intimità con ritmo convincente e per niente nostalgico di quegli anni, ma desideroso di innovazione e originalità, un po’ come per le colonne sonore di Moulin Rouge!.
Rimanendo fedele allo spirito del libro, Baz Luhrmann ha evitato di scadere nel banale o nell’eccessivo estetismo fine a se stesso, ma l’ha ben integrato e contrapposto alla sostanza dei suoi personaggi e allo spessore dei dialoghi: ha creato un mix fresco che rende Il Grande Gatsby godibile per gli occhi e il cuore. D’altronde nemmeno il romanzo di Fitzgerald rifiuta la realtà ricca ed esagerata di quegli anni ma si limita a descriverla così come viene vissuta. I suoi personaggi ne sono coinvolti, la animano a loro volta, e non c’è da stupirsi se nel libro come nel film non ci sono nè eroi nè vincitori, ma solo dèi ed icone decadute, dimenticate come tutto quello che è di consumo; non brilleranno forse per i grandi ideali o sentimenti che hanno, ma non è colpa loro, bensì di una società che richiede l’apparenza. 
 
Ecco alcuni dei più bei soundtracks:
Young and Beautiful Lana Del Rey
Love is blindness Jack White
Where the wind blows Coco o. of Quadron
Love is the drug Bryan Ferry Orchestra
Crazy in Love Emeli Sandè ft, Bryan Ferry Orchestra
 
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