Gosford Park

15 Mag
Gosford Park
 

Humor british, commedia, psicologia, denuncia sociale, teatralità: questi sono gli ingredienti tipici di un giallo alla Robert Altman.
A Gosford Park nel 1932, residenza di Sir William McCordle, vengono invitati parenti e amici per un tranquillo e formale fine settimana di false cordialità e pettegolezzi. Unico inconveniente: l’omicidio del padrone di casa Sir William.
Il film si apre con una ripresa del tipico paesaggio inglese, uggioso e piovigginoso, ed una macchina che si appresta a raggiungere Gosford Park.
Già dai primi minuti Altman si concentra sulla caratterizzazione negativa della società borghese degli anni a cavallo tra le due guerre, una società annoiata, cristallizzata nei suoi ideali conservatori, classista e che non bada all’empatia tra individui, anzi, non calcola nulla al di fuori del desiderio di soddisfare i propri bisogni.

Tutto il film è giocato sulla rappresentazione parallela di due mondi, quello dei ricchi e quello della servitù, e solo quest’ultima riesce a cogliere in pieno le varie sfumature della vita, la tacita sofferenza, l’orgoglio dei lavoratoti, la fatica e i sacrifici, le speranze e le aspettative; si tratta di un mondo vivo e in continuo movimento contrapposto nettamente alla staticità e alla noia che avvolgono il mondo dei ricchi.
La scelta stilistica che contrassegna la divisione tra i due mondi è una scala che collega il piano superiore della “bella vita” a quello inferiore delle cucine, delle chiacchiere, della lavanderia; è un confine ben tracciato, rare volte valicato dai ricchi.

Robert Altman ha creato una sceneggiatura ben ragionata: il delitto del padrone di casa e la campagna inglese non sono altro che lo sfondo e il pretesto utilizzati per tracciare i contorni di un’umanità varia, contraddittoria, alla ricerca di un riscatto personale (fatto sta che nemmeno l’intervento della polizia riuscirà a far luce sul caso, proprio perchè Altman non è interessato del tutto alla risoluzione del delitto quanto alla resa di un progetto ben più ampio): sono propri i delitti alla Agatha Christie (Assassinio sull’Orient Express) che permettono di giocare con un largo numero di personaggi, ma a differenza dello stile di scrittura della regina del giallo, Altman riesce a far perno sulla psicologia dei suoi protagonisti dimostrando che una medesima vicenda può essere guardata con migliaia di occhi diversi e, di conseguenza, può assumere sfaccettature emotive sempre differenti che contribuiscono ad alimentare la relatività del mondo.

Oltre a tutto ciò, il giallo è reso con particolare maestria e originalità da alcune scelte stilistiche e pratiche, come le ripetute inquadrature sull’arma del delitto (“poison”) o i dialoghi della servitù sul delitto, con i quali il pubblico viene coinvolto nella risoluzione del caso in prima persona, rubati di sfuggita dalla telecamera, o ancora il capovolgimento dei clichè nella raffigurazione dei personaggi (infatti la servitù si dimostra molto più ricca di ideali nonostante povera e senza radici nobili).

Non mancano intrighi e colpi di scena tipici del genere giallo, ma soprattutto l’apice della maestria con cui il regista delinea l’alta borghesia è la totale assenza di emozioni nei confronti della vittima: il weekend inizia e finisce con i soliti convenevoli, senza più di tanti sentimentalismi (l’essenziale è british), come se tutto fosse avvolto dalla noia, dall’ordinarietà e dalla superiorità degli aristocratici nei confronti di fatti così effimeri e “banali” come la morte o l’omicidio: i ricchi sono delineati, quindi, come al di sopra di ciò che li possa rendere vulnerabili e far riflettere sulla loro condizione egualitaria a tutti gli altri esseri umani di ogni ceto e razza.

La scena finale, speculare alla prima, conclude il weekend come se si fosse trattato di una piccola parentesi che ha portato più cambiamento negli animi della servitù che nelle monotone vite dei ricchi.




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