Un borghese piccolo piccolo

23 Feb
Un borghese piccolo piccolo
 
 
 
Un borghese piccolo piccolo, tratto dal romanzo di Vincenzo Cerami e reso pellicola dal grande regista italiano Mario Monicelli nel 1977, è un ritratto non solo del clima politico-sociale dell’Italia di quegli anni, ma anche di quello attuale che stiamo vivendo.
Mario Monicelli è sempre stato uno dei maggiori esponenti della commedia all’italiana (Amici miei, Il marchese del Grillo, Speriamo che sia femmina, I soliti ignoti, La ragazza con la pistola solo per citarne alcuni); tuttavia in quest’opera abbandona quel modo a lui congeniale di ritrarre i vizi e i difetti degli italiani con amorevole ironia.
In Un borghese piccolo piccolo viene rappresentato in toni drammatici il degrado morale dell’intero sistema italiano in tutte le sue maggiori istituzioni (la Chiesa, la Giustizia, lo Stato).
Giovanni Vivaldi (Alberto Sordi) è un impiegato che lavora in un ufficio pubblico a Roma. Ormai prossimo al pensionamento, dopo più di trent’anni di lavoro sotto la direzione del suo superiore, Giovanni vuole aiutare il figlio Mario, appena diplomatosi in ragioneria, a trovare un posto nel suo stesso ufficio pur non conoscendo nessun personaggio degno di nota che lo possa aiutare nel suo intento. Infatti, come succede in Italia, è molto difficile trovare impiego pubblico senza avere una raccomandazione!
Giovanni chiede così aiuto al suo superiore ricordandogli tutti i servigi svolti per lui. 
Ogni personaggio della storia rappresenta un vizio o un’istituzione che il regista vuole mettere sotto accusa: è colpa delle istituzioni, infatti, se Giovanni è costretto ad umiliarsi e a dovere farsi giustizia da solo.
In questa inusuale interpretazione drammatica di Alberto Sordi, abituato di solito a ruoli comici, è incarnato il piccolo cittadino onesto, nè povero, nè ricco, borghese, cattolico, dai sani principi, estraneo alla corruzione e con quasi nessuna conoscenza altolocata. Egli deve combattere da solo contro la società, deve guadagnarsi un posto in essa facendo proprie delle regole scorrette che, tuttavia, gli vengono imposte da chi è più potente ed importante di lui. Emblematica, a questo proposito, è la scena in cui Giovanni, prima di andare a fare il giuramento per diventare massone, chiede alla Madonna di perdonarlo, perchè si tratta di una necessità. La Massoneria diventa l’unica possibilità per entrare nel giusto giro di conoscenze e di aiuti reciproci: il regista presenta questa realtà con pura ironia, ridicolizzandone gli assurdi riti di iniziazione e le persone che ne fanno parte.
Mario Vivaldi rappresenta il giovane sprovveduto e inesperto del mondo, non particolarmente brillante, ma volenteroso. Senza l’aiuto dei genitori non riuscirebbe mai ad approdare nel mondo del lavoro, dominato esclusivamente da persone potenti e con tanta esperienza alle spalle.  
Il resto dei personaggi è ognuno l’emblema di uno dei vari aspetti della corruttibilità della società: il dottor Spaziani, superiore di Giovanni, è un massone che guarda agli interessi personali e che aiuta il protagonista non in virtù della sua fedeltà e del suo impegno a lavoro, ma solo perchè è entrato a far parte anch’egli della cerchia massonica.
I colleghi di Giovanni, rinchiusi nel loro ufficio, circondati da  così tante scartoffie che i loro volti non vengono nemmeno inquadrati, non rappresentano che l’ipocrisia di una società che vuole mostrare fratellanza e condivisione in apparenza, quando, in realtà, ognuno pensa solo al proprio guadagno. Infatti quando nelle ultime scene Giovanni, ormai pensionato, dà l’ultimo saluto a tutti i suoi colleghi con un discorso sull’affiatamento di gruppo (di cui nemmeno lui è convinto, ma che pronuncia per convenzione), nessuno gli presta attenzione.
Quando sembra che tutti gli sforzi di Giovanni vengano ripagati, Mario muore in una sparatoria e sua madre, per la sofferenza, rimane paralizzata. I problemi non finiscono perchè al cimitero non c’è posto per la bara del figlio e, questa volta, nemmeno il fatto di essere massone può aiutare Giovanni a garantire degna sepoltura.
In più la giustizia tarda ad arrestare il colpevole: ogni tanto vengono fatte delle sbrigative indagini con l’aiuto dei testimoni, finchè un giorno Giovanni vede il colpevole e decide di farsi giustizia da sè. 
Lo stordisce e lo porta in una casa isolata tenendolo prigioniero, finchè non morirà di stenti.
Anche la moglie, dopo poco, morirà lasciando il marito solo in pensione. L’occasione del funerale è un pretesto del regista di scagliarsi contro la Chiesa e la sua arretratezza, le sue prediche così distanti dalla quotidianità dei fedeli, la sua convinzione che ciò che è umano sia qualcosa di malvagio.
Il personaggio di Alberto Sordi ben presto si adatterà alle leggi ferine su cui si basa la società ed imparerà ad agire di conseguenza, prendendo l’iniziativa di farsi giustizia da sè, come dimostra l’ultima scena del film: un uomo, passando per caso, lo insulta e Giovanni è deciso a farsi rispettare come quando ha vendicato la morte del figlio.
Ogni battuta pronunciata dai personaggi, ogni inquadratura, ogni movimento di camera è finalizzato a rappresentare con estremo realismo la condizione degli italiani: uno Stato assente, che schiaccia i suoi cittadini onesti a favore della propria ricchezza, che non prevede nessuna sanzione penale per i delinquenti, che non aiuta le famiglie.
Il regista ha saputo rappresentare magistralmente le vicissitudini di un borghese piccolo piccolo di fronte al resto del mondo, solo, abbandonato a se stesso e che, nonostante tutto, deve sopravvivere alla giungla cittadina. Non c’è verità, ma solo ipocrisia e falso buonismo. Mario Monicelli riesce a rendere questo insieme di contrasti e contraddizioni tra onestà privata e falsità pubblica attraverso un climax ascendente che parte dall’ ironia (per beffeggiare), per poi mutare in serietà (per riflettere) e drammaticità (per indicare come non ci sia più redenzione dal degrado raggiunto). Questi tre fattori, quindi, si alternano con estrema naturalezza attraverso le varie vicissitudini che Giovanni deve affrontare e si riflettono nel suo modo di agire e pensare: dapprima fiducioso e un po’ ingenuo, poi rancoroso e vendicativo.
Lodevole.
 
 
 
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