Django Unchained

15 Gen
Django Unchained
 
 
Quentin Tarantino ha dato vita e vittoria (si è appena aggiudicato un Golden Globe per la migliore sceneggiatura) al suo genere preferito, il western, e non un western americano alla John Wayne, ma uno Spaghetti-western alla Sergio Leone.
Quest’ultimo genere, infatti, nacque in Italia intorno agli anni ’60 – ’70 e venne denominato così in America per le numerose scene cruente, in cui vi era tanto sangue come il sugo sugli spaghetti. 
Django Unchained è un riadattamento dell’originale Django del 1966 di Sergio Corbucci, film che aveva visto Franco Nero come protagonista (infatti appare in un cameo anche nel film di Tarantino): Django cerca vendetta per l’assassinio di sua moglie. 
Entrambi i film poggiano sullo scheletro di una love-story, che nel caso dell’ultimo Django rappresenta il punto di partenza per una fitta rete di contrasti che si sviluppano non solo a livello personale del protagonista, ma che vedono implicati gli anni della politica schiavista americana, del lavoro nelle piantagioni, dei grandi proprietari terrieri e delle lotte tra mandingo, costretti ad uccidersi a vicenda per il piacere del loro padrone.

Per questo motivo il regista lo definisce un western politico, un affresco nudo e crudo degli anni dello schiavismo, che rappresenta un’innovazione nel suo genere: un uomo di colore che spezza le catene dell’oppressione e si comporta come un uomo libero, allievo di un bianco privo di pregiudizi (il dottor Schultz). 
All’interno del film si mescolano omogeneamente citazioni del vecchio western tra cui le scene cruente di genere (che tuttavia rappresentano la pietra miliare di Tarantino alla Kill Bill), la macchina da presa che veloce si focalizza sui primi piani (sempre alla Kill Bill ma non così rivalutati come lo erano,invece, per Sergio Leone), i grilletti facili, l’ironia pungente e il non detto alla Clint Eastwood (Per un pugno di dollari Il buono, il brutto, il cattivo), il duello finale, i buoni che si fanno giustizia da soli attraverso duelli e

sparatorie, il cinismo tipico dei personaggi buoni o i colori tipici del western (come il bianco e rosso dei titoli dei film); dall’altra parte vi sono elementi tipicamente tarantiniani come la presenza di un eroe, Django, che di solito non c’è mai in questo genere. 

Invece lo stesso regista ha voluto sottolineare il paragone che più lo affascinava, quello tra i due eroi Sigfrido (L’anello del Nibelungo di Wagner) e Django, entrambi salvatori della loro amata Broomhilda e quello speculare tra i due mentori Schultz e Stephen (servo di colore fedelissimo) e i loro rispettivi allievi Django e Calvin Candie (cresciuto da Stephen). Django è sia eroe che antieroe perchè è mosso da interessi personale e non ideologici (infatti non fa nulla per difendere gli schiavi vessati dai bianchi).

Se la love-story rappresenta lo scheletro dell’intera vicenda, la politica e la violenza ne costituiscono il cuore pulsante. Esse si sono intrecciate storicamente e ora si intrecciano in gran parte della pellicola, tanto che Leonardo DiCaprio (Calvin Candie) era rimasto turbato da alcune battute di forte impatto che avrebbe dovuto recitare.

Ma il fine del regista era proprio quello di dare un taglio realistico e credibile al tutto, forse con l’intento di ripercorrere e riscattare gli errori USA. 

L’eclettismo musicale corona il tutto: da Ennio Morricone ed Elisa ai classici del western (Django di Luis Bacalov, Ennio Morricone) al genere più moderno, e scandisce i passaggi da una situazione all’altra della vicenda. 
Lo spaghetti-western italiano ha rappresentato una rivoluzione negli anni del dominio dei classici western (razzisti) americani per i suoi personaggi fuori dagli stereotipi e dal grande spessore psicologico, cosa meno elaborata nel film di Tarantino forse a causa del ritmo molto incalzante che non dà tregua ai personaggi.

Gli elementi generali del genere ci sono tutti fatta salva qualche eccezione, la novità è il tema del razzismo sviluppato dal punto di vista degli oppressi ( tema che lo stesso regista ha dichiarato di voler ampliare in un prossimo film).
Tarantino ha fatto del western il suo genere prediletto che si riscontra indirettamente in tutte le sue opere precedenti (vedi Kill Bill per la colonna sonora western e la violenza tipica di questo genere), tuttavia, nonostante il film catturi tutta l’attenzione dal primo munito ai titoli di coda, per rendere ancora più intrigante questo ritorno al desolato Sud americano, sarebbero state gradite delle innovazioni originali che esulassero dalla cifra stilistica tarantiniana e che dessero un tocco di eccentricità e stravaganza alla Kill Bill che tanto abbiamo amato. 








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