Arancia Meccanica

29 Nov
Arancia Meccanica
 
Stanley Kubrick realizzò Arancia Meccanica nel 1971 dopo aver letto e apprezzato (tanto da comprarne i diritti) l’omonimo libro di Anthony Burgess del 1962. Come il film nemmeno il libro venne apprezzato date le efferate violenze descritte dal protagonista-narratore, il giovane Alex (a-lex dal latino “senza legge”). 

Malcom McDowell e Stanley Kubrick

La critica si concentrò sull’analisi dei contenuti brutali più che sul vero messaggio su cui lo stesso autore più volte poneva l’accento parlando della sua opera: uno Stato che si arroga di manipolare la scelta fra bene e male non è forse un male peggiore del male che può commettere il singolo, dotato di libero arbitrio?

Questo sarà il fulcro attorno al quale ruoterà la messa in scena di Kubrick sulle vicende di Alex e dei suoi Drughi (“amico” in russo). 

La violenza diverrà la vera protagonista senza tempo in un’ambientazione quasi futurista: gli interni del Korova Milk Bar, della casa di Alex o di quella dello scrittore Alexander sono asettici, ispirati alla pop art e al suo precedente capolavoro 2001: Odissea nello spazio. In quest’ottica atemporale non pare difficile considerare Arancia Meccanica e il tema della violenza gratuita come un

problema che accomuna l’uomo in tutte le sue epoche, anticipando addirittura l’uso che si farà di questa in futuro, contribuendo così all’appellativo di visionario che verrà meritatamente assegnato a Kubick. Già, perché in questo si potrebbe parlare di due violenze ben definite: quella primitiva e istintiva di Alex e quella subdola e ipocrita dello Stato. 
Il regista paragona il personaggio di Alex a quello storico di Riccardo III per il represso lato selvaggio tipico dell’essere umano; secondo questa prospettiva pessimistica nemmeno l’arte e la cultura sono sinonimi di integrità umana, nonostante l’uomo ne faccia continuo uso. Come afferma lo stesso Kubrick, i Drughi e i nazisti sono due immagini speculari della stessa medaglia, ossia entrambi amano la musica, nella fattispecie Alex adora Beethoven (il “dolcissimo Ludovico van” come lo definisce egli stesso) e Rossini, eppure questo non li eleva ad uno stadio migliore di quello degli esseri immondi. 
 
Alex usa violenza per ammazzare il tempo, come gioco, spinto dal puro istinto al quale non segue rielaborazione razionale. Nelle scene più cruenti, dallo stupro alle botte anche tra Drughi, vengono utilizzate in sottofondo alcune opere di Beethoven e Rossini quasi a voler sdrammatizzare e ironizzare gli atti di Alex, in una sorta di tentativo di denaturazione degli stessi, proprio per allinearli e farci allineare alla prospettiva del drugo. Stessa funzione svolge la voce fuori campo di Alex, gentile ed educato nel rivolgersi al suo pubblico, definendosi come “il vostro amatissimo”: è un espediente creato appositamente per destare l’identificazione inconscia del pubblico, che partecipa alle sue poco nobili esperienze, con le violenze del ragazzo. E ancora il linguaggio parlato dai Drughi, tra l’arcaico e il forbito, tende a destabilizzare lo spettatore che si ritrova a provare allo stesso tempo odio e compassione per il protagonista, incapace di un giudizio definitivo proprio per il binomio contrastante che anima i ragazzi, cioè cultura e violenza.
L’elemento erotico e grottesco sparso qua e là in più occasioni arricchisce il genere cinematografico di cui si fa portatore Arancia Meccanica e amplia gli ambiti di indagine del fenomeno della violenza. Lo stupro della moglie dello scrittore, le frequenti immagini di nudo (il rapporto a tre tra Alex e due ragazze) e le scene dal chiaro significato erotico
(quella del serpente di Alex che striscia vicino al quadro di nudo femminile appeso in camera o la scultura con cui Alex ucciderà la signora con la casa piena di gatti) 
rappresentano la denuncia di Kubrick verso i mass-media che avevano favorito la crescente mercificazione del corpo della donna iniziata negli anni ’70 e continuata fino ad oggi. 
 
Questa appena descritta potrebbe rappresentare la prima parte dell’intero film, quella in cui la violenza impetuosa del giovanissimo Alex, che in teoria starebbe ancora frequentando la scuola, lascia spazio solo alla costernazione e alla paura.
Nella seconda parte del film si parla, appunto, di violenza dello Stato. Alex, finito in carcere, riesce a farsi sottoporre ad un nuovo tipo di cura sperimentale chiamata cura Ludovico. Essa consiste per lo più nella visione costrittiva (con metodi poco ortodossi) di filmati violenti per tante ore al giorno; tra questi filmati uno in particolare tratta di Hitler e della Germania nazista e ha come sottofondo musicale la nona Sinfonia di Beethoven. Alex, a quel punto, si sente impazzire, non può sopportare la bellezza del suono del dolcissimo Ludovico van abbinata alle crude immagini proiettate. 

Proprio questo è l’inizio dell’effetto positivo della cura: Alex guarisce, non riesce più ad assistere nè ad usare violenza contro qualcuno. Diventa docile, vulnerabile, incapace di difendersi. 
Ed è questo il punto cruciale che detiene il significato dell’intero film: è immorale togliere ad un uomo la libertà e il libero arbitrio trasformandolo in un’arancia meccanica, in un oggetto senza volere nè potere, privandolo della sua natura violenta, prerogativa di tutti gli uomini? Il male adottato dallo Stato per sanare il crimine è peggiore del male commesso da Alex? Fino a che punto lo Stato può intervenire attuando radicali cambiamenti nella natura umana? 
Alex tornerà a casa, ma sarà rifiutato dai genitori e per la legge del contrappasso subirà tutte le ingiurie da parte di chi  era stato costretto a subire le sue. Nessuna pietà, nemmeno da parte dei Drughi, ormai diventati poliziotti, che quasi lo faranno morire annegato.  

Non c’è più posto per Alex, la stessa società lo denigra come un branco di animali feroci fa con l’esemplare più debole. 
La storia di Alex è una discesa verso gli inferi, è una storia analoga a quella di Pinocchio, abbandonato dal grillo e dalla fata Turchina.
Tenterà il suicidio fino a quando, in un letto d’ospedale, i genitori si rendono conto del fatto che forse avrebbero dovuto seguire meglio loro figlio e il Ministro degli Interni fa una visita di cortesia ad Alex, facendo tante promesse sulla sua futura riabilitazione (che mai avverrà; era solo un buon proposito utilizzato come propaganda per le nuove elezioni politiche). Alex è stato usato e poi gettato via senza nessun rimpianto; anche lui è stato vittima di violenza subdola e velata sotto il falso nome di “solidarietà”. 
Ora, tuttavia, la si illude di condurre finalmente una vita migliore accompagnata dall’amato sottofondo musicale di Beethoven che gli evoca scene di divertimenti e baldorie: gliel’hanno promesso!

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