Detachment

28 Lug
 Detachment
 
 
Il regista Tony Kaye è solito trattare temi difficili, come già in American History X; ora, sempre inerente al mondo giovanile, tocca a quello scolastico, analizzato e interpretato con maestria dai suoi protagonisti, alunni e insegnanti. In un’ordinaria scuola americana di periferia studenti e professori sembrano fare parte di due mondi diversi in lotta fra loro in cui gli ambasciatori della pace, i genitori, sono stati i primi a rinunciare all’educazione dei propri figli; “Sono andati i bei vecchi tempi” sospira un insegnante attendendo inutilmente i genitori nel giorno dei colloqui.  
Il film è intriso abilmente e senza retorica di problemi sociali e personali che logorano ogni personaggio in modo del tutto soggettivo: l’alunna grassa e artistica vittima di insulti, insegnanti che non coltivano il potenziale dei loro studenti e altri che credono davvero nel lavoro che svolgono senza mai sentirsi dire “grazie”, genitori assenti e senza volto (si sentono infatti solo le loro voci fuori campo e le loro parole intrise di luoghi comuni), una prostituta minorenne abbandonata a se stessa e Henry Barthes (Adrien Brody), un supplente tormentato dai fantasmi del passato, dallo sguardo introverso e dal volto che, nonostante l’apparente distacco verso ciò che lo circonda, somatizza silenziosamente lo scempio che sta sconvolgendo il mondo giovanile. 
 
 
Nonostante il malessere interiore Henry non è un personaggio piatto e romantico, chiuso nella sua disperazione, ma utilizza la sua sicurezza professionale e la speranza che nutre nei giovani come una sorta di distacco, di non coinvolgimento emotivo, come quando decide di affidare la giovane ragazza salvata dalla strada ad una comunità: “Devi crescere” è la sua giustificazione.
Nel film Tony Kaye riesce ad affinare il concetto di distacco portandolo a più livelli: il distacco dalla vita, dalla famiglia e dagli affetti, dall’ipocrisia, dal senso di abbandono…
Attraverso i dialoghi e le particolare inquadrature ad personam iniziali il regista coglie abilmente il fulcro dei problemi dell’odierna gioventù e la solitudine in cui si trovano spesse volte gli insegnanti costretti a combattere contro una società che soffoca le iniziative di chi è ancora capace di sognare. D’altro canto anche il montaggio concitato e ben studiato va al passo col flusso di coscienza e col caos che attanaglia le menti dei protagonisti.
Alla fine del suo breve mandato Henry riesce a cogliere un barlume di speranza nel cambiamento dei suoi allievi, tuttavia rimane consapevole del fatto che avrà un ruolo di spettatore impotente davanti al disfacimento di una società che non crede più nel potenziale dei giovani. 
 
 
L’ultima dolente   metafora con cui si conclude il film è un omaggio alla letteratura di E. A. Poe e al suo racconto Il crollo della casa Usher, in cui lo stato di abbandono e desolazione della facciata della vecchia casa non è altro che “la condizione del cuore”, come dice lo stesso Henry ai suoi allievi che, nella scena finale, svaniscono lasciando il posto alle macerie.
 
Non è certo la prima volta che viene trattato il tema dell’educazione scolastica e dei ragazzi che sempre più “si sentono delle ombre insignificanti private di qualsiasi speranza” che devono essere educati a non gettare mai la spugna; prima di Kaye c’è stato, infatti, L’attimo fuggente di Peter Weir e gli elementi comuni sono molteplici: un professore capace di cogliere l’essenza dei suoi alunni, il suicidio, un passato difficile, i genitori, questa volta, troppo opprimenti… si passa, insomma, da un eccesso di severità nella società perbenista degli anni ’60 all’indifferenza odierna. 
Tuttavia si avverte il cambiamento avvenuto in questi ultimi cinquant’anni: le trasgressioni e i problemi sono diversi da quelli delle vecchie generazioni eppure, in entrambi i momenti storici, si sottolinea l’irrequietezza dei giovani alla ricerca di qualcosa di diverso per cui valga la pena lottare.
Nel film di Weir, tuttavia, la figura del professore (Robin Williams) sembra perfetta ed estremamente idealizzata, proprio per rimarcare l’eccezionalità della sua fede didattica controcorrente.
Al contrario Kaye delinea un professore disilluso, stanco e provato, cosciente di non poter operare una vera rivoluzione e portatore di un messaggio provocatorio e pessimista senza patinature nè troppo drammatiche, nè troppo filmiche, ma realistiche, dove un giorno è positivo e altri cinque no, come nella vita quotidiana: questo è il vero contributo di Kaye al cinema di formazione. 
Scoop
 
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