Sherlock Holmes

3 Lug
Sherlock Holmes
 
Lo ammetto, all’inizio ero scettica: acrobazie, incontri di box, umorismo, niente pipa e berretto, volti troppo giovani e sguardi tutt’altro che rassicuranti. Questi sono Sherlock e John di Guy Ritchie, personaggi rivoluzionari che sembrano negare tutto quello che è stato rappresentato nelle produzioni televisive e cinematografiche precedenti a partire da due attori storici, Basil Rathbone e Nigel Bruce, che hanno impresso fino ad oggi l’immaginario consueto rispettivamente di Holmes e Watson. 
 
Sherlock Holmes e John Watson negli anni ’40
   
Sherlock Holmes e John Watson nel 2009-2011

A prima vista sembrerebbe che Ritchie si sia inventato tutto proprio per andare contro corrente, per creare dei personaggi molto soggettivi e completamente distanti dalla vera immagine che Doyle voleva dare ai suoi due eroi. Tuttavia, leggendo alcuni testi originali e ascoltando le dichiarazioni di regista e attori, ho capito che in questi recentissimi film si è stati fedeli al principio più di quanto potessi immaginare.
Sherlock Holmes, interpretato da Robert Downey Jr., era conoscitore delle arti marziali come il baritsu, praticava la box e padroneggiava l’arte della scherma con bastone; è un ottimo conoscitore della chimica e della botanica (basti ricordare una delle sequenze finali in cui ripercorre la tecnica e gli esperimenti fatti per creare la bomba di Blackwood nel primo film) e sa suonare il violino (come si vede in alcune scene nella sua stanza in Baker Street). Egli, nonostante il suo aspetto un po’ burbero e altezzoso che traspare anche nei libri, è un buon osservatore che non tralascia nessun indizio, alla ricerca di qualcosa che solo lui riesce a carpire; di conseguenza deve per forza rimanere vigile e attivo sia mentalmente che fisicamente. Nel film, infatti, sembra che movimento fisico nella lotta a corpo libero e logica d’attacco e di difesa siano inscindibili, proprio per sottolineare la dualità di Holmes e la sua filosofia di vita, ben resa dallo stesso Downey che dimostra, come già in Iron Man, una fisicità pertinente all’idea che il regista ci vuole dare dell’eccentrico protagonista. Anche nei libri Sherlock Holmes si presenta come un uomo sagace, permaloso, presuntuoso, ironico e sportivo proprio come lo incarna l’attore anche se, per ragioni stilistiche cinematografiche, un semplice salto fuori della finestra di Holmes in uno dei racconti de Il vampiro del Sussex può diventare un epico tuffo nel Tamigi nel primo film o un piccola lotta con il nemico un tumultuoso scontro di dieci minuti contro Moriarty, come nel secondo film. 


Leggendo alcuni racconti ho notato la sagacia e l’azione che accomunano personaggio letterario e cinematografico: Holmes, nonostante i falsi clichè attribuitigli dalla tradizione, è un uomo d’avventura che raramente fa deduzioni sulla sua poltrona! Inoltre la descrizione di Doyle non contempla la classica immagine che abbiamo di Holmes con pipa e cappello da cacciatore (probabilmente questa rappresentazione deriva dai primi disegni pubblicati sullo Strand Magazine che accompagnavano il racconto a puntate) e la celeberrima frase “Elementare Watson” non viene mai pronunciata. 


Il dottore John Watson, come lo stesso Jude Law afferma, nei testi originali è un uomo sulla trentina, piacente (e questo si deduce più negli ultimi libri piuttosto che nei primi), appena tornato dal servizio militare e quindi diviso tra il desiderio di stabilità attraverso il matrimonio con Mary e la volontà di ritornare ad essere una vecchia gloria di guerra attraverso l’azione con il suo partner: Jude Law incarna benissimo la doppiezza del personaggio perchè sembra essere sempre in disaccordo con le azioni provocatorie ed esuberanti di Holmes e quindi, con la sua pacatezza, compensa gli eccessi del suo compagno.  Tuttavia segue sempre Sherlock nelle sue avventure, quasi come se fossero in simbiosi e non potessero fare a meno l’uno dell’altro, come se tra loro ci fosse una chimica perfetta di amore e di amore mascherato sotto un velo di odio fraterno.

Holmes non ha legami affettivi con le donne: come nel film egli è attratto dalla bella Adler (Rachel McAdams), ma tenta di non cedere alle avance fuorvianti di lei, che potrebbero mettere fuori gioco la sua mente razionale.  

Che dire dell’antagonista per eccellenza, Moriarty? Il gran successo del secondo film, Sherlock Holmes – Game of shadows, è dovuto alla capacità di Guy Ritchie di adattare questo personaggio alle capacità intellettive e fisiche di Holmes, così da farne un degno avversario freddo e calcolatore, apparentemente estraneo ai complotti internazionali: “una mente geniale andata a male”, come viene definito dallo stesso regista. 


La partita degli scacchi esemplifica questo gioco feroce, dalla cortesia apparente e tagliante, che si sviluppa a partire dal primo incontro all’università fino allo scontro finale presso le cascate di Reichenbach ripreso dal libro che avrebbe messo fine, secondo i progetti di Doyle, all’eroe vittoriano (in realtà lo scrittore fu costretto a resuscitare Sherlock Holmes su grande richiesta del pubblico).

Il ritmo dei due film è incalzante, sempre nuovo, intelligente, con un uso sapiente degli effetti speciali, soprattutto della Holmes vision per le scene di combattimento, che conferisce spettacolarità al lavoro e carattere ai protagonisti. 
Scoop

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