Review: The Artist

2 Lug
Anni ’20. Il passaggio dal muto al sonoro, passo fondamentale del cinema di come lo conosciamo oggi. Come tutte le innovazioni avanguardiste anche il sonoro fece difficoltà ad affermarsi e il suo debutto fu ritardato fino al 1927, quando uscì Il cantante di jazz di Alan Crosland. Nonostante la sfiducia manifestata inizialmente dalle case produttrici americane verso questa nuova tecnologia, la Warner fu la prima ad investire nel sonoro come unica speranza di non cadere in rovina e il successo di pubblico non si fece attendere, determinando così la svolta per la nascita del nuovo cinema e dei nuovi artisti che ne avrebbero fatto parte.

Il protagonista è George Valentin, attore orgoglioso, egoista ed egocentrico, come lo definisce lo stesso regista Michel Hazanavicius, che vive dei suoi film hollywoodiani stereotipati. Non accetterà mai di convertirsi al sonoro (“Non parlerò” urla George nella scena iniziale quando viene torturato oppure quando in un incubo sogna di sentire i suoni; in effetti raramente lo vediamo parlare, di solito sorride, assume un mimica gestuale ironica). Peppy Miller è la nuova stella nascente, rappresenta la nuova guardia di attori che, storicamente, furono ingaggiati perchè sostituissero quelli vecchi. Peppy parla in continuazione ed è ciò che il nuovo pubblico desidera: “Largo ai giovani” afferma mestamente George una volta riconosciuto il suo fallimento dopo il flop dell’ultimo film uscito in concomitanza con Il neo della bellezza di Peppy. 


Il regista ha studiato il cinema degli anni ’20, la luce utilizzata in quegli anni (quella ad esempio di Murnau, il regista di Nosferatu il vampiro), i costumi, la mimica tipica degli attori dei film muti, la musica, ispirandosi a George Gershwin e a Cole Porter; tuttavia ha preso ispirazione dal cinema muto di ultima produzione, quello romantico di Josef von Sternberg, e non da quello di Chaplin. “Il confronto era quello con Chaplin.” commenta Hazanavicius: “Tutti ci aspetteranno al varco , perchè nessuno conosce veramente il muto. Io volevo il contrario di un piccolo buonuomo che, come dire, poteva fare compassione all’inizio; non volevo la storia di un uomo debole”. 
Il muto nasce soprattutto ad opera di Chaplin e Keaton, i quali si specializzano soprattutto nel  genere comico, una comicità, e un cinema in generale che, tuttavia, rispecchia i problemi della società degli anni ’20 e ’30: l’industrializzazione e il lavoro alienante in Tempi Moderni o la corsa all’oro in La febbre dell’oro, tema abbastanza recente per gli anni ’20. 


Chaplin non rappresenta in Tempi Moderni, ad esempio, un uomo debole solo perchè è vestito buffamente (anche il suo vestiario ha un significato ben preciso), è ingenuo e nella sua semplicità e con i suoi buoni sentimenti riesce a recuperare quei vecchi valori che lo estraniano dal mondo alienato. I suoi gesti possono sembrare fuori luogo in una società così all’avanguardia, così inquadrata nel ciclo produttivo: sembra quasi che Chaplin incarni il personaggio pirandelliano di Quaderni di Serafino Gubbio operatore in cui il protagonista si accorge di essere diventato insensibile alle emozioni umane e di essere un tutt’uno con la sua macchina da presa cercando, con difficoltà, di liberarsi di questo nefasto destino
Questo è un tema tutt’ora attualissimo in cui il cinema muto si è cimentato per primo. 
Direi che il cinema muto aveva una precisa valenza sociale nel contesto temporale in cui si è sviluppato: aveva ragione di esistere.


In questo caso più recente, cioè in The Artist, vi sono tutti gli elementi formali, perfettamente integrati tra di loro, volti a costituire un’ambientazione conforme a quella di un vero film muto. Gli attori sembrano davvero nati in quell’epoca, si muovono come se fossero star degli anni ’20 (anche grazie alla tipica accelerazione dei movimenti): insomma, sono davvero bravissimi. Ciò che non coincide con lo spirito di un vero film muto è il senso del muto in sè che lo stesso Hazanavicius deve giustificare: perchè è necessario raccontare una trama attraverso il muto e non con il sonoro? Proprio da questa domanda che gli rivolgevano in molti il regista ha deciso di trattare tale nodo cruciale della storia del cinema.
Il vero cinema muto, quello ad esempio di Chaplin, era impiantato, come già detto, in un preciso contesto sociale, trattava di problemi “veri”, mentre The Artist dà l’impressione di essere un film romantico fine a se stesso; non tratta nemmeno di un tempo che potrebbe essere trasferito nei veri anni ’20, dato che all’epoca il cinema non era muto, era cinema e basta, perchè non si conosceva ancora il sonoro. 
In effetti come si sarebbe potuto rifare un film muto e in bianco e nero trattando temi d’attualità e nel contempo, per restargli fedele, proporre un abbigliamento e uno scenario tipici degli anni ’20? Non avrebbe avuto nessun senso, perciò il regista ha prediletto la cornice  al contenuto, tralasciando le motivazioni per cui venivano girati i veri film muti. 
Mi chiedo se con The Artist non ci sia stata una ripresa esclusiva delle formalità del vecchio cinema svuotato del suo vero contenuto e del contesto in cui era giusto che prendesse forma: in pratica i tempi sono cambiati, le esigenze sono mutate e The Artist non ha dimostrato di essere efficace come i vecchi film degli anni ’20, (la stessa storia potrebbe essere raccontata in un normale film sonoro e a colori) ma di essere solo un prodotto artisticamente e formalmente perfetto. 
Credo che il successo sia dovuto più che altro all’impresa titanica di riproporre un film stilisticamente perfetto e affascinante in ogni suo aspetto, totalmente diverso da quelli in circolazione, ma di certo non il migliore: fa effetto riassaporare la magia favolistica del passato, è come assistere ad un pezzo di storia!

P.S. 

  1. Il tema dell’artista decaduto non è nuovo e riprende la traballante carriera di Bette Davis, susseguita da momenti promettenti e periodi di silenzio artistico.
  2. Il ballo finale rimanda a Fred Astaire e Ginger Rogers (http://www.youtube.com/watch?v=mxPgplMujzQ)

Scoop











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